Caro Grande Fratello Vip, non si scherza con i colori dell'arcobaleno. La tutela della fluttuante incoerenza di Dayane Mello è stata inaccettabile, soprattutto perché il mondo LGBT è stato già costretto troppe volte a muoversi nel caos e, dopo una bandiera tutta sua, non ha bisogno di ulteriori linee di demarcazione con quello eterosessuale. Basta anche con queste divisioni, basta con il sottolineare chi è in un modo e chi in un altro, come si fosse al banco della frutta e si dovesse tastare prima di acquistare.

Inoltre, non esiste ‘una sensibilità omosessuale‘, non è la peculiarità di nessun tipo di orientamento. "Non ruolizzare", ha ragione Stefania, resta nel perimetro popolare. Bastano le persone con i loro background e con le scelte che ne hanno caratterizzato l'evoluzione psicologica, fisica e umana, a dirti chi sono e che tipo di sguardo vogliono, o riescono ad avere, sul mondo. Tommaso non può essere scelto come ‘amico omosessuale‘, non è una categoria affettiva plausibile e nemmeno un'opzione accettabile a un ‘amico etero'.

Si scelgono gli affetti, come gli amori, per qualcosa che non è normato dalla propria intimità (o almeno non del tutto). Il fatto di essere o meno omosessuale fa parte della storia di una persona che probabilmente non vorrà avvertire l'onere di dover condividere se stesso come fosse una costante vantaggiosa o un banale aspetto modaiolo. Come si può arrivare a chiedere a una donna se può essere stata condizionata nella scelta di un amico gay avendone già uno fuori? È una domanda che non aiuta a contrastare i principi discriminatori basati sull'isolamento del genere e di ogni preferenza sessuale.

E se Dayane non sa come fa la gente ‘ad andare con uomini, dopo donne, dopo uomini‘, al contempo professando amore per un'altra donna e avendo generato una bambina splendida con un uomo, sfilando con la fascia multicolore in soggiorno, è grave. È grave nella misura in cui viene fatto passare il messaggio della liceità dell'opinione ballerina, di una volubilità che è addirittura ‘la sua forza‘, quando sarebbe stato il caso di dire tutt'altro. Forse che un tentativo di queerbaiting sarebbe stato fuori luogo, che non avrebbe avuto senso tornare fintamente lì dove si era fallito realmente con Tommaso Zorzi e Francesco Oppini (giusto perché quest'ultimo è uscito prima del tempo), e che questo show avrebbe dovuto continuare a fare solo spettacolo invece di avere la presunzione di parlare del mondo LGBT in queste modalità.

Il pubblico invece ha dovuto vedere spallucce e sorrisi poco convincenti, un ‘non so che dire‘ come unica spiegazione a un coming out che, pur restando un aspetto privato della Mello, è precipitato in un pubblico nonsense: maneggiato dapprima come l'urgenza di una cosa preziosa per poi essere tacciato nella sua bellezza più profonda per il bene di una figlia piccola incollata alla tv, come fosse una inspiegabile "verguenza". E va bene essere un po' banderuole nel gioco, mostrarsi altalenanti può risultare una valida strategia nel confondere gli avversari, ma prima di professarsi davvero liberi di amare chi si vuole in questa vita bisognerebbe avere una mano ferma per impugnare una bandiera arcobaleno.