Fanpage.it ha chiesto a Irene Iannino, psicoterapeuta familiare vincitrice del Premio nazionale SIPRES (Società italiana di Psicoterapia Relazionale Sistemica), di analizzare gli effetti del continuo prolungamento del Grande Fratello Vip, in onda ormai dal 14 settembre 2020, e aiutarci a capire meglio il lutto di Dayane Mello, inclusivo della sua scelta di rimanere nel reality. Tante le dure opinioni che si sono susseguite sulla concorrente brasiliana dopo la morte del fratello e quelle maturate contro il reality di Alfonso Signorini dopo i rinnovi di dicembre e gennaio, con tanto di petizioni online per richiederne la regolare chiusura. Sebbene gli ottimi ascolti ne abbiano garantito l'esistenza nei palinsesti Mediaset fino al 1 marzo 2021, data della finale, forse come naturale conseguenza della necessità d'intrattenimento degli italiani in un periodo di isolamento forzato. La parola all'esperta.

Quanto è sano rimanere in tv per più di cinque mesi senza esserne consapevoli sin dall'inizio?

Poco, sicuramente. Non dubito che il team di psicologi all'interno del GF ne abbiano valutato i rischi ma già guardando il video della comunicazione dell'ultimo prolungamento si percepiva la pesantezza dell'informazione. Le parole del conduttore (Alfonso Signorini, ndr) sono state ripetute più volte, c’è stata prima una preparazione alla notizia, tra l’altro incoraggiando i concorrenti a resistere, come fossero degli ‘eroi nazionali’ chiamati a intrattenere gli italiani in questo periodo difficile, per poi puntare sulla motivazione, sulla gratificazione. Le reazioni non sono tardate ad arrivare: incredulità, pianto, c'è chi ha ridimensionato l’evento, chi l’ha rigettato. È stata senza dubbio una comunicazione che ha prodotto smarrimento, sebbene i concorrenti sapessero che fuori la casa non li avrebbe attesi una situazione così diversa, vista la pandemia ancora in corso.

 

Il successo del programma potrebbe essere legato quindi a un effetto speculare con le case italiane?

Potrebbe ma forse un certo risultato è dovuto anche a una maggiore noia. Tutti noi stiamo trascorrendo più tempo in casa e per molti il Grande Fratello è solo un programma leggero, che fa distrarre.

Distrarre non sempre, avrai letto del lutto che ha colpito Dayane Mello e della sua scelta di rimanere nel reality. Qual è stato il tuo approccio a quelle immagini?

Forte. La scelta di Dayane Mello avviene in un momento di stanchezza, in cui decide di rimanere dentro la casa perché impossibilitata a raggiungere la famiglia in Brasile e a partecipare ai funerali del fratello. Questa scelta così difficile è stata supportata dal gruppo di appartenenza, che ha rappresentato, di fatto, una risorsa. Un gruppo unito, ognuno a proprio modo partecipe del suo dolore con i propri e capace di interrompere qualsiasi gioco o strategia. Ci si è scoperti più simili, è stata l’unica volta in cui il gruppo si è mostrato nelle sue potenzialità di supporto e contenimento, anche rispettando il silenzio di Dayane e la sua necessità di stare per conto proprio. È stato importante farla uscire dalla casa per farle vivere quel momento con una certa intimità.

Dayane in lacrime dopo la notizia della morte del fratello Lucas
in foto: Dayane in lacrime dopo la notizia della morte del fratello Lucas

Molto contestata è stata la sua scelta di rimanere nella casa. Psicologicamente, come credi avvenga questa elaborazione del lutto h24 in tv?

Molto difficile da immaginare come avvenga in una rete di relazioni che vanno avanti da un po’ di mesi ma sono comunque contaminati dalla presenza delle telecamere. Secondo me chi contesta questa scelta è perché ci mette del proprio, vuole imporre il pensiero ‘io al suo posto avrei fatto così’ e sentirsi nel giusto, ma non funziona così. La storia di ognuno di noi ha dei tratti di somiglianza ma anche di profonda differenza, ci sarebbero tanti fattori da considerare, a partire dal modo in cui è cresciuta, dal contesto culturale e dalla sua situazione affettiva fuori dall’Italia.

Quanto influiscono le telecamere?

Possono influire, certo, dire quanto è complesso. Rimanere in un contesto di reality e decidere di non tornare nella realtà potrebbe creare una sorta di sospensione: mi arriva la notizia, in parte la elaboro e in parte la rimando a quando uscirò. L’elaborazione di un lutto prevede degli stadi e ha dei tempi che non seguono sicuramente quelli televisivi fatti di cambi d’abito, dirette, giochi, confessionali e diversivi di ogni tipo. Quindi rimanere nella casa può sospendere e contenere, visto che Dayane, come gli altri ragazzi, è anche avvantaggiata dalla presenza di un team di psicologi e, di fatto, non è mai davvero sola.

Seguire il funerale di un fratello in collegamento con il Brasile attraverso lo schermo di un cellulare è qualcosa che poi dentro andrà posizionato immagino…

Sicuramente. E mi ha fatto pensare ai tanti funerali non celebrati in questi mesi di pandemia. Molti italiani hanno perso persone care non vicine geograficamente a causa del covid e quello che i miei pazienti mi raccontano spesso è una forma di estraniamento, la mancanza del rito li ha privati di una concreta consapevolezza della perdita.

Questo ha alterato anche l’essenza del gioco?

In parte sì. Ogni concorrente ha messo in campo la sua sensibilità e ha fatto la sua parte ma come se il gioco in sé fosse sospeso. C’è stato silenzio, hanno interrotto i litigi, favorito maggiormente una componente umana all’interno della casa. Sembravano lontanissimi i tempi delle crisi della Ruta, degli insulti o degli scleri di Antonella Elia con Samantha De Grenet, e forse è stato un bene per tutti.

I vipponi fanno volare una lanterna per Lucas
in foto: I vipponi fanno volare una lanterna per Lucas

Il giudizio è apparso imperante, sui social ognuno ha voluto giustamente dire la sua, ma fino a che punto ha valenza la condanna?

Penso sia inevitabile farsi un’idea, immaginarsi al posto di Dayane e quasi volerne simulare le scelte. Da qui, l’analisi di giusto o sbagliato, del ‘ha fatto bene o male’, per poi allargarsi al sistema di valori dell’altra persona, qualificandola come buona o cattiva. Il buonismo è una cosa diversa dall’essere rispettosi, vorrebbe che ci astenessimo dal formulare giudizi o avere delle preferenze e non credo sia possibile. L’importante è che poi ognuno di noi riconosca la propria parte in ciò che pensa e non pretenda di farlo diventare una regola per l’altro, che vuol dire essere consapevoli di come ci si sarebbe comportati al suo posto ma allo stesso tempo non condannare un comportamento diverso dal proprio. L’altro è altro: ha i suoi valori, la sua storia, le sue mappe e i suoi occhiali, attraverso cui guarda il mondo, e come tale va rispettato. Questo permetterebbe di ascoltarlo davvero, non con la finzione del pregiudizio.

Dayane è la concorrente che se l'è vista peggio ma anche gli altri hanno avuto le loro battute d'arresto. La somatizzazione di questo lungo periodo di permanenza nella casa, sfociata in attacchi di panico, crisi di pianto, rabbia incontrollata, insonnia, momenti di forte confusione e ansia, da cosa scaturisce?

Sono effetti piuttosto ricorrenti in questo momento storico, che ci ha abituato alla sottrazione. Per la prima volta quest’anno le dinamiche dentro la casa sono comprensibili in un modo nuovo. Fammi però precisare che non voglio comparare un reality a una realtà pandemica, dalla quale non si può uscire facilmente con la rinuncia al gioco o l’eliminazione a un televoto. Tutti questi disturbi psicosomatici sono riconducibili a un senso di claustrofobia e incertezza, e anche non avere un termine preciso, con le continue procrastinazioni che ne sono conseguite, non hanno aiutato.

Lo sfogo di Maria Teresa Ruta: cosa le è successo?

Maria Teresa Ruta è rimasta vittima di un momento di insofferenza nei confronti della presenza di chiunque. Più volte lei ha chiesto di essere lasciata sola, di isolarsi dal gruppo, il fastidio andava al di là del singolo episodio. Una stanchezza che mi pare abbia maturato anche nei confronti della propria immagine: quel continuo vedersi brutta, non accettarsi, è sintomo di una necessità di intimità, della ricerca di stare con un sé più profondo, che escludesse anche la sua stessa immagine. Ho visto nei suoi movimenti un’energia straripante, quel suo continuo camminare è stato così esplicativo, tanto quanto la prossemica, la vicinanza dell’altro, avvertita come repulsione dell’abbraccio e del contatto.

 

Facile vedere un fenomeno di dismorfia dopo tutti questi mesi trascorsi sotto una lente?

Sì, questo spunto è molto interessante. Bisogna guardare il contesto, portatore di un codice estetico molto forte che può far sviluppare una particolare fragilità, derivata soprattutto dal sentirsi attaccabili sulla riduzione valoriale belle-magre-giovani. Lo sguardo che va alla ricerca della mia fragilità, del mio aspetto buffo, può farmi vacillare nelle certezze basilari e generare un crollo.

Che succede quando recidi il cordone con la normalità?

Quest’anno, in particolare, vista la durata, è proprio uno sfidare la resistenza in una maratona di cui non si intravede il traguardo. Sembra quasi un gioco a chi resiste fino alla fine, regolato da un meccanismo che mette ciclicamente alla prova sui principi di dignità inviolabile, con scontri a dir poco sconcertanti.

Parli di scontri tipo quello tra Antonella Elia e Samantha De Grenet?

Sì, mi hanno molto scossa. Noi psicoterapeuti ci sforziamo di portare nelle scuole i concetti di conflitto costruttivo e vedere due donne accanirsi l’una contro l’altra in quel modo mi ha resistuito grande tristezza, lo avrei evitato o interrotto per tempo. Livelli di immaturità incredibili, basati su body shaming e insulti basati sulla mancata accettazione del sé, che hanno avuto come portavoci due donne apparentemente adulte che hanno finto di non essere colpite l’una dall’altra. Poco autentiche, insomma.

La Elia, in particolare, è stata molto criticata per quell’atteggiamento, avendo avuto già dei precedenti forti con la Gregoraci, alla quale diede della ‘gatta in calore’.

È paradossale, non si sottraggono a loro stesse e poi rimangono vittime del loro stesso gioco.

In generale, questa è stata l’edizione delle espulsioni: concorrenti eliminati per frasi razziste, sessiste, per forme di bullismo. Secondo te, l'educazione passa attraverso la punizione esemplare dell'esclusione dal gioco?

Personalmente, sono abituata a pensare di no. La complessità, dal momento che esiste e sarebbe meglio non esistesse in alcune accezioni, va accolta e diventa un’occasione per stare e non per rifuggire. Tagliare è mandare un messaggio distorto del tipo ‘non sei in grado, non sei degno, te ne devi andare’, non lo trovo il massimo.

Quando si esce da questi contesti ‘claustrofobici', c’è un momento fisiologico per riadattamento nel mondo?

Sì, anche se in questo caso non c’è stata una reale interruzione della comunicazione con l’esterno. Sicuramente abbandonare il personaggio e tornare a essere persona implica un periodo di recupero del sé. L’osservazione continua e non sempre benevola può indurre a dissimulare o proteggersi, falsare il normale flusso delle proprie emozioni, per cui una fase di riallenamento all’autenticità penso debba essere dato per scontato. Le petizioni online nate per farli uscire hanno rappresentato una speranza, rafforzato nell'idea che esiste una capacità empatica che punta alla cura dell’altro a discapito del proprio egoistico bisogno di svago. Sarebbe bello vederle così.

Irene Iannino, psicologa psicoterapeuta familiare.
Si occupa da anni, oltre che della clinica, anche di promozione del benessere psicologico sul territorio campano. Tra i diversi contesti in cui svolge tali attività, centrale è quello scolastico. Vincitrice nel 2019 del Premio nazionale SIPRES (Società italiana di Psicoterapia Relazionale Sistemica). Insieme ai colleghi dell'Associazione “Psicologi per la Responsabilità Sociale”, ha offerto supporto psicologico a persone in quarantena e ai loro familiari durante i mesi del primo lockdown.