Nelle scorse ore l'improbabile ferragostana crisi di governo ha perso centralità nel dibattito nazionale per lasciare spazio alla triste notizia della morte di Nadia Toffa. La prassi dell'addio sui social network ha ingaggiato chiunque, dagli amici stretti della giornalista, personaggi noti del mondo dello spettacolo e non solo, alle persone comuni. Legittimamente, per giunta, non solo perché il dolore per la morte di una persona innesca una liturgia comportamentale ben precisa, ma perché quello della conduttrice scomparsa a 40 anni per un cancro è un caso mediatico che in Italia non ha precedenti.

Mentre il riflesso automatico del RIP (terribile acronimo che sta per Riposi In Pace) è nel momento di massima portata, non si può non provare a pensare all'entità del fenomeno che la malattia di Nadia Toffa ha rappresentato per l'Italia in termini di discussione pubblica.

Mai prima del febbraio 2018, quando la giornalista annunciò in TV di avere un cancro, un volto così noto aveva condiviso con il pubblico in maniera così ‘spudorata' una propria vulnerabilità. Mai in una maniera così potente: in diretta, senza intermediari, guardando dritto in una telecamera, rivolgendosi ad ogni singolo telespettatore. Una scelta personale, cui non si può credere sia stata indotta da qualcuno se non da se stessa. Modi diversi di vivere il proprio male, affrontarlo in forma privata e riservata, oppure mostrarlo urbi et orbi, ai limiti con quella che ha corso il rischio, a tratti, di apparire come una forma di ostentazione.

Nadia Toffa ha scelto la seconda strada, convinta che il suo gesto potesse dare forza a persone che vivevano la sua stessa situazione, o che avrebbero potuto viverla. Scelta, questa, che non è sempre stata condivisa, alimentando un dibattito pubblico inedito.

Lì dove una lunghissima schiera di ‘pubblico', fate attenzione a questa parola, ha appoggiato la sua reazione, apprezzando la vitalità battagliera con la quale Nadia Toffa ha scelto di affrontare il proprio male (forse per darsi forza, o per continuare a credere ci fossero speranze a dispetto di una situazione che secondo molti ‘rumours' appariva già scritta sin dal principio), dall'altro lato ha preso forma un partito in aperta contestazione con il racconto del cancro come un'opportunità. Voce contraria che ha ragion d'essere e di esistere fino a quando espressa con moderazione, perché è legittimo credere che esista chi è incapace, o riluttante, all'idea di individuare un'opportunità di rinascita in un male terribile capitato in sorte, senza una precisa ragione che non sia il fato beffardo.

Un dibattito del tutto nuovo, appunto, anche per le dimensioni assunte. Tra gli effetti collaterali di quanto accaduto balza lampante agli occhi un'esplosione della notizia in fatto di numeri.

Le ricerche su Google a nome Nadia Toffa sono cresciute esponenzialmente nei mesi successivi al malore e all'annuncio della malattia, in maniera quasi incontrollabile, degenerando in una dinamica da bollettino medico settimanale proveniente dalla fonte diretta – le foto di prima mano durante le chemio – e contemporaneamente attraverso le analisi da bar del pubblico sulle sue condizioni di salute in base all'aspetto fisico palesato nelle apparizioni settimanali in onda a Le Iene.

Chiacchiere, quelle sulle sue condizioni di salute, che hanno prodotto grande solidarietà, ma hanno anche dato sfogo a incommentabili notizie false sulla sua morte nei mesi scorsi, dicerie e l'incontinenza di chi non ha saputo trattenersi davanti alla tentazione di accuse banali e francamente inopportune come quella di aver lucrato su un cancro con un'operazione letteraria.

Ma perché parliamo di pubblico? Perché la storia di Nadia Toffa è quanto di più vicino a un reality show a cielo aperto, dove mancano gli autori, un conduttore e un medium di riferimento, ma in cui pare esserci tutto il resto: il pubblico da casa, gli opinionisti sparsi e una protagonista che ha deciso, o forse accettato, questo percorso di cura senza filtri. Trovandovi dentro una fonte di speranza e rinascita, da leggere in parallelo alla chiave narrativa del riscatto che molti protagonisti dei reality cercano per la propria vita e la propria carriera.

Questa storia, andata in onda su un canale liquido che ha inglobato web e televisione, si è fatta portatrice di alcuni concetti precisi, a cominciare da un processo di normalizzazione del tumore, spogliato di quella indicibilità che caratterizza questo genere di male. Si sono poi aggiunti la rivalsa e un senso di fierezza, anticipati da quelle parole pronunciate l'11 febbraio 2018: "Non mi vergogno di nulla. Non mi vergogno dei chili persi, li riprenderò. Non mi vergogno nemmeno del fatto che ora porto la parrucca, è più bella dei miei capelli". 

In quanto pubblico, abbiamo ricoperto una parte attiva in questa vicenda contribuendo, con ruoli diversi, a dare vita a un qualcosa che ha assunto tratti e caratteristiche e che resterà un punto di riferimento e termine di paragone per leggere eventuali fenomeni simili nei prossimi anni.

Con un atto di semplificazione estrema, a dir poco brutale, quanto descritto potrebbe essere definito un processo di spettacolarizzazione del dolore. Ad uno sguardo più ampio e strutturato, ci si può facilmente rendere conto di come quella di Nadia Toffa sia stata una vicenda andata ad innestarsi su un filone narrativo che ossessiona la civiltà moderna, toccando il nervo scoperto di quel male del secolo che rappresenta una insistente minaccia nel tempo in cui viviamo. Minaccia davanti alla quale, oltre che scientificamente, avvertiamo la necessità di doverci attrezzare da un punto di vista psico emotivo. Si tratti di noi o dei nostri cari. E Nadia Toffa aveva provato ad attrezzarsi, scegliendo una strada precisa, non importa se fosse giusta o sbagliata. Ammesso che in questi frangenti giusto e sbagliato siano categorizzazioni ammissibili.