Il sogno del Movimento 5 Stelle va a schiantarsi definitivamente sul delicatissimo tema del televoto del Festival di Sanremo. Per anni abbiamo sentito i principali esponenti delle forze di governo pronunciare frasi che inneggiavano a una Rai libera dai partiti, da tenere fuori dal servizio pubblico. Un mantra che nei primi anni del Movimento non si è limitato alla principale azienda culturale del Paese, ma si è esteso a una generale ostilità a tutto il sistema televisivo.

Neanche sei mesi fa il vicepremier Luigi Di Maio parlava del nuovo assetto della Rai, nelle settimane di bufera sul caso della bocciatura di Marcello Foa come presidente, dicendosi fermo nel non voler cedere alle logiche della lottizzazione in Rai.

In quegli stessi giorni di agosto l'altro vicepremier Matteo Salvini, pur in una maniera più morbida, prometteva di non voler fare sconti sul cambiamento della Rai e preannunciava la linea dura in nome di una liberazione del servizio pubblico dalla schiavitù della spartizione partitica. Lo dicono tutti quando salgono al governo, si penserà. Ed è vero. Ma questa volta c'erano tutti i segnali perché si intervenisse seriamente sulla questione, essendo un tema molto caro alle forze che questo governo lo guidano, quello di non interferire nelle scelte editoriali del servizio pubblico.

Salvini e Di Maio che parlano di Sanremo

E invece: cosa scriveranno i libri di storia quando fra qualche anno dovranno raccontare della volta in cui due ministri della Repubblica, nonché vicepremier e leader di partito, hanno deciso bene di dire la loro sui criteri del televoto del Festival di Sanremo? E come titoleranno quel paragrafo a parte in cui si registra l'intervento del presidente della Rai, lo stesso Marcello Foa di cui sopra, che ha auspicato in un cambio di regolamento del Festival esattamente nella stessa direzione?

Contro i radical chic

Stiamo attenti a questo aspetto e badiamo a non considerarlo una semplice uscita provocatoria che caratterizza l'attuale esecutivo, perché Salvini e Di Maio non intervengono mai gratuitamente su un argomento. Il loro attacco alla giuria di esperti e alla sala stampa di Sanremo, che hanno ribaltato il televoto consegnando la vittoria a Mahmood e penalizzando Ultimo, non è solo un esercizio di stile, né tantomeno una frecciatina per colpire Claudio Baglioni e la direzione di Sanremo. L'ingiustizia di cui sarebbe stato vittima Ultimo è solo un pretesto per convogliare consenso popolare su un concetto ben più ampio, quello dell'ostilità a tutto ciò che è élite, a chiunque sia espressione di una competenza, di un sapere, del diritto a parlare prima di qualcun altro su un determinato argomento perché esperti. Oggi è la musica, domani può essere la scienza.