Megan Montaner nel ruolo di Pepa, Gabriella Pession in "Oltre la soglia"
in foto: Megan Montaner nel ruolo di Pepa, Gabriella Pession in "Oltre la soglia"

Chi di ascolti ferisce, di ascolti perisce. Si potrebbe sintetizzare così la crisi di ascolti (e non solo) della fiction Mediaset nella stagione televisiva 2019-2020. Nelle ultime settimane sono stati due i flop eclatanti di Canale 5 che hanno allarmato i dirigenti di rete e "aizzato" i commentatori televisivi: prima "Oltre la soglia", che alla penultima puntata ha registrato uno scoraggiante 6.5 % di share; poi "Il processo", miniserie ridimensionata dopo un solo episodio e accorpata da Canale 5 in tre serate, anziché le quattro inizialmente previste.

La religione degli ascolti

Ad accomunare questi due titoli, oltre al risultato numerico più che modesto, è l'ambizione di proporre al pubblico prodotti di fiction dal linguaggio narrativo più sofisticato rispetto alla tradizione cui Mediaset ci ha educati questi ultimi anni. Come se gli ascolti, per certi versi desolanti, rappresentassero in maniera plastica gli effetti delle scelte editoriali di Canale 5 del passato recente. Anni in cui, inutile girarci intorno, l'impressione da spettatori è stata quella di una Mediaset che ha agito genuflettendosi dinanzi al dio degli ascolti, livellando il linguaggio verso il basso e mettendo da parte qualità del prodotto, coerenza di programmazione e rafforzamento dell'identità di rete.

La crisi della fiction Mediaset va infatti analizzata in uno scenario più ampio che ha a che fare con la storia dell'azienda e che emerge in tutta la sua gravità se osserviamo l'attuale programmazione settimanale di prima serata di Canale 5. Una fiction come "Oltre la soglia", che affronta temi di una certa complessità ed è segnata da un approccio di discontinuità rispetto agli abituali prodotti della rete, si alterna oggi a "Live – Non è la d'Urso", "All Toghether Now" e "Tu Si Que Vales", oltre ad andare in onda su quello stesso canale che per diverse stagioni ha trasmesso in prima serata "Il segreto", simbolo assoluto di Canale 5 per diverse stagioni issatosi a fenomeno di costume, segnando un ritorno della soap opera.

Non è una critica qualitativa alle produzioni sopra citate, ma una semplice constatazione di un flusso di contenuti che, oltre ad appartenere a generi differenti, hanno come obiettivo tipologie di pubblico diverso. Canale 5 è una rete generalista, obietterà qualcuno, pensare a tutti è la sua missione. Vero, ma quella della rete ammiraglia Mediaset, ad oggi, più che una proposta variegata appare una programmazione disorganica, in cui il minimo tentativo di distinguersi viene immediatamente mortificato se incapace di soddisfare gli ascolti. È impensabile educare un pubblico a variare i propri gusti, convincerlo ad ampliare i propri orizzonti, se non si ha il coraggio di supportare produzioni più temerarie, inizialmente anche a scapito dei risultati. L'investimento, in questo caso, non è a perdere ma a lungo termine.

L'età d'oro della fiction Mediaset

E si torna sempre al passato. C'è stato un tempo in cui la serialità televisiva propositiva e dal linguaggio innovativo in Italia arrivava proprio da Cologno Monzese. Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, soprattutto grazie ai titoli di Taodue, Canale 5 tracciava una strada precisa per il suo linguaggio seriale, tirando fuori dal cilindro titoli come "Distretto di Polizia", la saga di "Ultimo", finanche "Il Capo dei Capi". Contemporaneamente dava enorme spazio allo stile di racconto, criticato ma estremamente identitario, di Teodosio Leosito, autore di fiction come "Il Bello delle Donne", "L'Onore e il Rispetto", "Il Peccato e la Vergogna", scomparso da inizio 2019. Prodotti che sapevano incidere sul discorso pubblico, segnando la percezione comune. E poi cos'è accaduto?

Mediaset ha perso il treno della stagione delle serie Tv

È successo che Mediaset, forse investita dagli effetti del fisiologico declino della parabola politica berlusconiana (per certi versi simbiotica alla proposta editoriale) sembra aver perso la carica innovativa che l'ha contraddistinta negli anni in cui ha cambiato la storia della televisione italiana, imponendosi come modello che la Rai è stata costretta a seguire. La stagione in cui la televisione generalista ha perso centralità, a favore di una frammentazione dei canali e della visione personalizzata, ha visto Mediaset rispondere con una logica difensiva, volta a conservare anziché osare, con il risultato di una stagnazione in termini di idee che ha inciso soprattutto sulla fiction. Anche perché parliamo degli stessi anni in cui la serialità televisiva iniziava a rifiorire come forma espressiva che è poi riuscita ad eguagliare quella cinematografica. Un filone che la Rai è stata in grado di intercettare, seppur in ritardo e con grande fatica, con un lavoro di cui oggi raccoglie i frutti, visto che Rai Fiction è architrave della programmazione e garantisce ascolti altissimi, oltre ad iniziare ad essere approvata da un pubblico educato a prodotti più complessi.

Il palliativo di Rosy Abate e L'Isola di Pietro

Come si esce dal pantano? Allo stato attuale la fiction Mediaset si aggrappa ai successi stagionali di "Rosy Abate 2" e "L'Isola di Pietro 3". Un palliativo che rinvia la risoluzione del problema, visto che paradossalmente, e per ragioni diverse, sono due titoli molto più vicini all'era d'oro (ma passata) della fiction Mediaset, che ai linguaggi innovativi della serialità contemporanea. Un primo passo potrebbe essere quello di iniziare a dare maggiore fiducia alle proprie produzioni: la bocciatura de "Il processo" dopo una sola puntata non è un segnale confortante, soprattutto per un prodotto che ha suscitato curiosità, pur non rispondendo positivamente alla sfida dello share. Secondariamente, Canale 5 deve aspettarsi il meglio dalle fiction originali della seconda parte di stagione, da "Made in Italy" a "Fratelli Caputo". Infine, cosa più importante di tutte, il Biscione deve scegliere quale strada prendere: se per anni hai parlato il linguaggio del Segreto, addomesticando così il tuo pubblico, non puoi aspettarti che quello stesso pubblico sia disposto a seguirti quando alzi l'asticella. La regola vale sempre, ma più che mai in un tempo in cui Mediaset ha bisogno di intercettare un pubblico nuovo e più giovane, quello che la televisione ha smesso di accenderla da tempo o non l'ha accesa quasi mai.