Come ogni anno è arrivata puntualissima la polemica trita e ritrita sui cachet milionari del Festival di Sanremo. Anche per la settantesima edizione non si fa eccezione: i compensi degli ospiti vengono messi ai raggi x dai portali di tutta Italia. Su tutti i social network, quelli che fino a ieri erano tutti femministi solidali contro il vetusto Amadeus, oggi attaccano le "pretese" di Georgina Rodriguez. E che dire dei 300mila euro che avrebbe chiesto Roberto Benigni? "Sono troppi: è uno spreco", si legge quasi ovunque.

È sempre la solita storia. Ogni anno si parla sulla base del sensazionalismo, dei grandi numeri. Senza conoscere null'altro, senza approfondire niente se non l'ennesimo ‘strillo' sul malcapitato artista di turno. Quasi è una colpa per chi vive di arte, che nella migliore delle ipotesi si trova invischiato nell'attribuzione di dichiarazioni fuori dal mondo. Come la bufala del "farò beneficenza" di Claudio Baglioni, due anni fa. Però, la storia resta uguale. Il presupposto che un artista venga pagato per quelle che sono le sue competenze non è più pensabile. E non ci rendiamo conto che cadiamo in errore, prestandoci a un gioco sporco più grande di noi.

La politica – la cattiva politica, non tutta per fortuna – ci sguazza: "I soliti comunisti col rolex", twitta Gasparri. Dichiarazioni che avvalorano sentimenti negativi e sbilanciati: "Non è giusto perché in Italia, c'è gente cha lavora per meno di 1000 euro al mese". Si, ma che c'entra? E che dire di Matteo Salvini, che a "Dritto e Rovescio" attacca ancora i protagonisti dell'industria culturale associando alla parola "milionario" quella "di sinistra". Ma di sinistra, chi? Fabio Volo e Fedez? Ma facciamola finita. Sembra di vivere una stagione infinita di nuovi ‘autoriduttori‘. Quelli che negli anni '70 interrompevano i concerti di tutti i cantautori o pretendevano di entrare gratis, "perché la musica è del popolo e gli operai sono quelli che lavorano" (chiedete a Francesco De Gregori sull'argomento).

Infine, tutti parlano di cachet, ma nessuno osa menzionare il fatto che quest'anno comprare uno spazio pubblicitario a Sanremo costerà 15mila euro circa al secondo. Una raccolta pubblicitaria che, in tutto, potrebbe fruttare a mamma Rai circa 33 milioni di euro. Ripeto: 33 milioni di euro. Si stima che l'edizione possa bissare, se non superare, il successo dell'edizione precedente in termini di raccolta. Se un prodotto incassa tutti questi soldi, direi che 300mila euro per Roberto Benigni sono in fin dei conti un buon affare. Il problema non è quanto prenda il comico toscano o la compagna di Cr7 per scendere una scaletta, o per fare chissà cos'altro. Il problema è l'invidia sociale nei confronti dell'industria culturale. I nuovi "autoriduttori", appunto. Quelli che vorrebbero per sé i 300mila euro di Roberto Benigni.