Monstrum in latino vuol dire prodigio. Nadia Toffa lo porta scritto su una shirt nera, sotto una giacca variopinta, che le avvolge le spalle e le fascia il mezzo busto in video. Decide di salutare così la vita, non con un addio, ma con una celebrazione. Con quel non conta quanto vivi, ma come.

La morte naturale da aspirazione diventa improvvisamente un paradosso, perde la bellezza del restare e assume il significato dell’inutilità del respiro non consumato. Se si ha la fortuna e la capacità, la vita si ama, non la si subisce come conditio sine qua non per evitare di darsi risposte sul perché della propria esistenza. E a Nadia non ne sarebbe bastata una intera per appagare la sua voglia di sapere, per sperimentare e sfidare tutto ciò che la circondava, per consumare ogni singolo respiro che le rimaneva in corpo.

Non si nasce coraggiosi. Il coraggio è una scelta, coraggiosa a sua volta, perché a furia di ‘non potere’ e ‘non riuscire’ si tende a non rischiare, a non mettersi in discussione, a non assistere l'imprevedibile lancio del cuore oltre l’ostacolo. Il terrore e la sofferenza legati alla malattia sono stati d’animo universali, ma il modo di guardarli, ribaltando i concetti di agente che vince e soggetto che perde, appartiene a qualcosa di prodigioso. Non si perde perché si muore, si perde se si perde l’occasione di avere potere sul valore legato alla propria esistenza e di ‘giustificarla' nel modo più pieno nel tempo che resta.

Non si può scappare da diagnosi e statistiche, però i prodigi ci riescono a beffare i numeri con la forza delle proprie intenzioni, che non si decidono a tavolino, hanno radici ben più profonde di un semplice ragionamento. La vita come senso del dovere di fronte alla morte non funziona. Quella che si aggrappa all'amore che avviene per osmosi con l'esterno, fisiologico e spesso involontario, è un desiderio che non trova mai pace.

L’amore ha albergato nell’euforia di Nadia e in quella risata continua, nel suo lavoro, nei suoi progetti, in un libro fiorito d’inverno, nelle conferenze in pubblico, nella sua presenza a Taranto, nei viaggi pieni di abbracci e stanchezza, nelle prove costume per sentirsi bella nonostante colorito e gonfiori, nelle parrucche colorate per coprire buchi e travestire la tristezza, nel modo speciale di danzare da seduta, in quel suo non volere trovare mai pace.

La richiesta di un riscontro con i suoi affetti, nel bene e ne male, è stata la richiesta più bella che potesse fare quando ha avvertito la necessità di conoscere le tante Nadia che le hanno consentito di vivere come ha voluto. Non conta morire a 90 anni con l’occhio vitreo di chi ha il cuore fermo da tempo. Ciò che è arrivato nelle case degli italiani stasera è lo sguardo vivo di chi sta morendo giovane e lo sa, qualcosa che non si rapporta con il concetto di tempo, ma di spazio, quello necessario per accoglierla dentro questa vita, che sembra così dilatata da illuderci spesso di potersi risolvere in una stanza. Luciano De Crescenzo lo spiegherebbe meglio:

Il tempo è un’emozione ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che puoi viverlo in lunghezza o in larghezza. Se lo vivi in lunghezza, in modo monotono e sempre uguale, dopo 60 avrai 60 anni. Se invece lo vivi in larghezza, con alti e bassi, innamorandoti e magari facendo pure qualche sciocchezza, magari dopo 60 anni avrai solo 30 anni. Il problema è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece dovrebbero studiare come allargarla.

Un mostro Nadia, che chiamava il cancro con il suo nome e l’ha ingannato, rubando un anno al suo destino segnato e scrivendo da sola il finale di una storia alla quale non avrebbe mai consentito di portare una firma diversa dalla sua. E lascia questo, la sensazione di non essersene mai andata, tanto è stato violento il suo esempio.