Si è concluso il Festival di Sanremo 2018 ed è tempo di bilanci. Pierfrancesco Favino è sicuramente stato una delle rivelazioni di questa kermesse in cui ha saputo dimostrare di essere versatile, pieno di talenti e in grado di spaziare dal drammatico al comico e attraverso tutti i medium (si pensi ad "Operazione Sanremo" con The JackaL e Pippo Baudo).

Il messaggio di Favino per Claudio Baglioni

Come ha ribadito in conferenza stampa, c'è stato un uomo in particolare che ha ringraziato più di tutti ed è Claudio Baglioni, il suo "direttore-dittatore". Sulla sua pagina ufficiale Facebook, Pierfrancesco Favino ha pubblicato la foto di un abbraccio dietro le quinte, quando erano appena usciti dal palco insieme a Fiorella Mannoia dopo lo straordinario monologo tratto da "La notte poco prima delle foreste" di Bernard-Marie Koltès.

Qui eravamo appena usciti dal palco insieme a Fiorella Mannoia. In questo abbraccio c’è tutta la gratitudine che ho per questo grande uomo di Musica per quest’uomo gentile, garbato e generoso. Grazie Claudio per la tua fiducia e amicizia. È stato un onore essere sul palco con te. Il tuo amico Picchio. #Sanremo2018

Gli dirò per sempre grazie

Ospite a "Che tempo che fa", ieri Pierfrancesco Favino ha ringraziato pubblicamente Claudio Baglioni, ha rivelato di aver avuto molta paura dopo aver accettato, spiegando che però sentiva di doverlo fare.

Quando mi è stato offerto avevo paura. Poi mi sono accorto che le paure non erano le mie, erano paure del giudizio. Ho capito che dentro di me c'era un istinto più forte della ragione. Poi, quando sono salito sul palco, il rapporto con il pubblico è stato da subito molto naturale. Claudio lo ringrazierò soprattutto umanamente. Lui ha una capacità di prendersi in giro, di prenderti in giro. E di mettersi da parte, che non è da tutti per una popstar. Un musicista straordinario, ma soprattutto una persona straordinaria. Michelle è stata una colonna. Mi manca!".

Due parole anche sul monologo tratto da "La notte poco prima delle foreste" di Bernard-Marie Koltès: "Non si tratta di un testo soltanto sull'immigrazione, ma sul diverso, sull'estraneità. Volevo raccontare il disagio dei migranti politici ed economici, come i nostri giovani costretti ad andar via di casa".