È morta Nadia Toffa a 40 anni appena compiuti. Se n’è andata con il sorriso di sempre, quello con il quale affrontava i problemi di ogni giorno, ogni singola chemioterapia che poteva garantirle una casella in più sul calendario. Ora potete smetterla di chiedere se è viva, come sta, perché non condivide la sua esistenza sui social, come mai non entra nel dettaglio di un dolore che, in primis, era solo suo.

Era diventata un’attrazione, fagocitata dal solito voyeurismo spicciolo. Vittima di haters, che si divertivano a pungolarla e ad augurarle il peggio, persone impermeabili al concetto di sofferenza emotiva e a qualsiasi forma di empatia. È la malattia 3.0, quella iper condivisa, che non consente di assentarsi dalla cronaca di ciò che accade quotidianamente, che non ammette omissioni nemmeno sui lacci delle flebo e sul corpo che, pian piano, implode e si mortifica. La sua assenza nelle ultime settimane ha stimolato i click, reso la domanda sociale, sulle sue condizioni di salute, compulsiva, invadente, a tratti inopportuna.

Aveva il diritto di non esserci Nadia, aveva il diritto di tenere per sé una parte di questa assurda tragedia, che l’aveva colpita all’improvviso, nel 2017. Non avrebbe dovuto dare troppe spiegazioni e invece spesso l’ha fatto, chiedendo rispetto e non arrivando nemmeno a pretenderlo. Oggi almeno questo rispetto le è dovuto, anche se è un po’ tardi perché risulti di conforto.

Non aveva più paura di morire Nadia, ma questo non assolve chiunque gliel’abbia augurata la morte o l’abbia accusata di strumentalizzare il tumore per avere un ritorno personale. E non spinge nemmeno al perdono di chi ha aspettato ogni singola puntata de Le Iene per sottolineare quanto fosse gonfia, smarrita, confusa, accelerata e ‘strana’. Strana. Lei non era strana, era una donna malata di cancro che tentava di dissimulare il suo male per non ricevere commiserazione e pietismi, che tentava di preservare una sua dignità umana e professionale. Che definiva il cancro ‘un dono’ per darsi una pacca sulla spalla e dirsi che non era l’ennesima predestinata alla fine, che, in fondo, questa cosa avrebbe potuto essere un’occasione, un’epifania. È il principio della non-resa, sarebbe stato semplice guardarlo per ciò che era.

Bisognerebbe tentare di capirle in silenzio le persone in difficoltà, leggere tra le righe dei loro non detti e andare oltre l’apparenza dei loro tentativi di sopravvivenza, e invece si chiede loro l’ennesimo sforzo, quello della verbalizzazione. Devono dire cosa hanno e perché stanno così, fornire le prove inconfutabili del loro malessere e condurre per mano verso l'empatia, che poi alla fine è solo miseramente indotta. Tutto questo non serve. Servirebbe anticiparle, evitare loro di esporsi nei loro sentimenti più intimi e di sentirsi il centro di un problema da risolvere. Nadia Toffa ha provato con tutte le sue forze a farlo, da sola, e oggi dovremmo dare valore alla naturalezza con la quale ha prestato un sorriso, e non un fianco scoperto, a chi ha preteso una parte di quella vita, che le rimaneva a malapena per se stessa.

Una fioritura d'inverno è stata, destinata a sfiorire d'estate, quando ci si può assentare senza dare troppe spiegazioni, quando non c'è tempo per gli addii.