L'amica geniale di Saverio Costanzo è un secchio pieno di parole tirato su da mani sporche e inconsapevoli. La serie tv prodotta da Rai Fiction, HBO Entertainment e TimVision è la prova che una squadra di grandi talenti (la sceneggiatura è firmata da Saverio Costanzo, Elena Ferrante, Francesco Piccolo, scrittore molto amato da Moretti e Virzì, e Laura Paolucci, mente della scuderia Fandango, che ha consentito alla serie Gomorra di venire alla luce) sostenuti da ottimi investimenti non debba per forza accontentarsi di fare il minimo per vincere facile. E infatti, non vince facile la creatura di Saverio Costanzo, figlia adottiva raccolta dal grembo di Elena Ferrante. In gran parte sottotitolata, per non tradire le sue origini partenopee, legata al periodo del dopoguerra italiano e ambientata nei difficili rioni di una Napoli che fatica a stare al passo perché troppo impegnata a non indietreggiare. Lo studio è un privilegio, l'istruzione un lusso. Le mani non devono scrivere, soprattutto quelle delle donne. C'è da lavorare, da portare avanti la casa, da sostenere l'economia familiare. Tutto ciò che non rappresenta una rendita, è tempo perso e quel ‘secondo te può fà ‘e sord?', domanda della brilliant friend riferita al suo primo scritto, suona come requisito imprescindibile.

In questo contesto storico e culturale vivono le protagoniste Lila e Lenù, interpretate dalle sorprendenti attrici esordienti Ludovica Nasti ed Elisa del Genio, che arrancano e si sostengono, sognano con le bambole di pezza e con Piccole donne, immaginando di poter, forse un giorno, diventare delle Jo March dei quartieri, incarognite da un riscatto sociale che si regge sulle loro capacità, anche quando non vorrebbero. Il legame con la tetralogia della Ferrante resta fedele ma non diventa servile, la sceneggiatura si adatta naturalmente ai volti delle bambine e alle loro espressioni vitree, ma rispetta i loro silenzi, i loro momenti di pausa dalla realtà, le loro riflessioni interiori quando gli occhi fissano corpi che precipitano dalle scale, odono urla disumane e vengono travolti dal pentolame arrugginito che vola dalle finestre. È la normalità della follia, che non si verbalizza.

Sono spettatrici di un mondo che si apre a loro nella chiusura di un quartiere che non dà speranze, in questo meraviglioso approccio neorealistico alla Rossellini, De Sica, Visconti, che Saverio Costanzo ha abbracciato con estrema naturalezza, senza vezzi personali o gratuiti esercizi di stile. Essere avanti, pur rimanendo dietro la macchina da presa, è testimonianza di una maestria che non conosce artifici, che non si snatura per compiacere il pubblico o la critica, che si concede lentezza per favorire l'incedere del sentimento. La voce narrante di Alba Rohrwacher scandisce i momenti più significativi della storia e tocca, sottovoce ma con fare vibrante, le corde di uno strumento che suona da solo.

La plebe è una cosa brutta assai e su uno vuole restare plebe non si merita niente‘ è con questa frase che la maestra Oliviero spiega a Lenù che non c'è possibilità per gente come Lila, scaraventata dalla finestra come l'ultimo dei sacchi della monnezza per aver preteso, da suo padre, di studiare e continuare così a scrivere piccoli libelli come La fata blu, con la copertina disegnata a mano libera, proprio com'era lei. La mediocrità che si sente minacciata dal genio può diventare più violenta di un corpo minacciato da un'arma e Costanzo riesce bene a consegnare sempre una motivazione alla brutalità dell'azione, non abusandone per alimentare il ritmo o condire scene di poco sapore. L'Amica Geniale è l'insieme di tutte queste parole ed emozioni raccolte in un secchio che contiene e straborda, resta immobile e vacilla, un secchio che non è fatto per rimanere prigioniero sul fondo del pozzo dell'ignoranza. Sale e, quando arriva su, costringe a immergervi le mani. E questo, per fortuna, non lo abbiamo capito solo in Italia.