La prima domenica vera della stagione, il 22 settembre, ha inaugurato un nuovo filone narrativo nel panorama televisivo italiano, sempre più schiavo dei testa a testa tra programmi, frecciate a distanza tra conduttori, strategie per un pugno di share. Massimo Giletti e Barbara d'Urso si scontrano in prima serata con due trasmissioni a loro modo uniche sulla scena televisiva: "Non è l'Arena" e "Non è la D'Urso".

Oltre alla messa in onda simultanea, la sfida a distanza tra i talk show in onda rispettivamente su La7 e Canale 5 lascia estasiati per la costruzione dei programmi, che hanno alternato con una precisione a dir poco simmetrica i temi trattati, intrecciandosi alla perfezione in un groviglio che mescola politica, cronaca e intrattenimento.

La staffetta perfetta tra i due programmi

"Non è l'Arena" apre con Matteo Renzi in collegamento, parla male di Matteo Salvini che cinque minuti dopo è in studio dalla D'Urso, la quale invita il pubblico a restare collegato per parlare di Sebastian, il bambino ritrovatosi al centro del caso Pamela Prati, la quale sarà poi in studio da Giletti a raccontare la sua verità. Intanto l'ex ministro dell'Interno cita i fatti di Bibbiano, lanciando il tema a "Non è l'Arena", che dedica un intero spazio al tema.

Questa specie di flusso continuo tra i due programmi fa capire come "Non è l'Arena" e "Live – Non è la D'Urso", differenti negli intenti e nel linguaggio (come ha spiegato lo stesso Giletti a Fanpage), nella veste grafica e nei protagonisti, seguano strade molto prossime tra loro, culminanti in una similitudine del titolo dei due show che va al di là della semplice provocazione della D'Urso nell'imitare il titolo del programma di Giletti.

In quel "Non è" che accomuna i due titoli c'è qualcosa che rispecchia profondamente l'identità camaleontica dei programmi, condotti da due personaggi che, pur criticati, sanno leggere e intercettare gli umori del pubblico televisivo come pochi. "Non è l'Arena" e "Non è la D'Urso" non hanno confini indelebili e possiedono la peculiarità comune di una predisposizione alla mutazione continua, alla rottura degli schemi e all'imprevedibilità. Partono da due poli distanti, ma entrambi si muovo in uno spazio che include il talk, l'approfondimento, l'intrattenimento, il clamore come principale denominatore comune.

I due programmi hanno fatto del non essere qualcosa di preciso una ragion d'essere e non c'è dubbio alcuno che siano strutturate così perché c'è un pubblico che cerca questo genere di prodotti, trovando chi sa accontentarlo. Una caratterizzazione che potrebbe essere tranquillamente estesa ad altri contesti contemporanei, su tutti la politica, nei quali regna sovrana la crisi post ideologica del "né di destra né di sinistra".