Mentre si avvicina la ricorrenza della Giornata della Memoria, la Rai lascia spazio a ‘Figli del destino‘. La docufiction racconta l'orrore delle leggi razziali e lo fa tramite il racconto di quattro vittime: la Senatrice Liliana Segre, Tullio Foà, Lia Levi e Guido Cava. Erano solo bambini quando si scontrarono con la violenza nazifascista. C'è chi cercò di fuggire, chi si nascose e chi venne deportato vivendo sulla propria pelle una follia disumana.

5 settembre 1938: provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

Le leggi razziali volte a difendere la "razza ariana" vennero applicate in Italia dal regime fascista a partire dal 1938 e fino al 1945. I "provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista" furono firmati dal capo del governo Benito Mussolini e promulgati dal re Vittorio Emanuele III il 5 settembre 1938. Così, la vita di tanti bambini cambiò drasticamente. La legislazione antisemita che si arricchì via via di principi sempre più numerosi quanto folli, portò le piccole vittime a sentirsi bambini di serie b, a scontrarsi in tenerissima età con la vergogna della discriminazione, fino a essere costretti a interrompere il percorso di studi perché non c'era spazio per loro nella scuola pubblica. La vita fatta dei giochi con i compagni e dei pomeriggi sui libri, lasciò spazio alla paura, a insensate umiliazioni e alla sofferenza di vedere i propri genitori perdere il lavoro.

La Repubblica di Salò e la persecuzione degli ebrei

L'8 settembre del 1943, con la firma dell'armistizio, la situazione precipitò. La parte dell'Italia non ancora liberata dagli alleati, infatti, venne occupata dai nazisti. Mussolini, liberato dai tedeschi, istituì il nuovo Stato fascista, la Repubblica Sociale Italiana ( o Repubblica di Salò). Si inasprì la caccia agli ebrei. Nel Manifesto di Verona si stabilì: "Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica". Le famiglie di Liliana Segre, Tullio Foà, Lia Levi, Guido Cava e tantissimi altri ebrei, furono costrette a fuggire o nascondersi per evitare la deportazione. La Shoah portò alla morte di un milione e mezzo di bambini, che prima di esalare l'ultimo respiro sopportarono atroci torture. Dopo essere stati strappati ai loro genitori e usati per terribili esperimenti, vennero convinti da mostri senza coscienza a entrare nelle camere a gas con la promessa che si sarebbero ricongiunti con le loro mamme.

Liliana Segre e lo straziante racconto della deportazione

La senatrice Liliana Segre non riuscì a sfuggire alla furia nazista. Dopo l'8 settembre del 1943, lei e il padre stavano fuggendo in Svizzera quando vennero arrestati. Aveva poco più di 13 anni quando, senza alcuna colpa, si ritrovò dietro le sbarre del carcere di San Vittore. Era gennaio del 1944 quando un tedesco lesse i nomi delle 650 persone che sarebbero partite verso una destinazione ignota:

"La mattina dopo, il 30 gennaio 1944, una lunga fila silenziosa e dolente uscì dal quinto raggio per arrivare al cortile del carcere. Attraversammo un altro raggio di detenuti comuni. Essi si sporgevano dai ballatoi e ci buttavano arance, mele, biscotti, ma, soprattutto, ci urlavano parole di incoraggiamento, di solidarietà
e di benedizione! Furono straordinari; furono uomini che, vedendo altri uomini andare al macello solo per la colpa di essere nati da un grembo e non da un altro, ne avevano pietà. Fu l’ultimo contatto con esseri umani. Poi caricati violentemente su camion, traversammo la città deserta e, all’incrocio di via Carducci, vidi la mia casa di corso Magenta 55 sfuggire alla mia vista dall’angolo del telone: mai più. Mai più".

Una volta arrivati alla Stazione Centrale vennero caricati a "calci, pugni e bastonate" sui vagoni bestiame. Tutto si svolse "fra grida, latrati, fischi e violenze terrorizzanti". Liliana Segre affrontò quel viaggio drammatico insieme al padre che l'aveva sempre reputata la sua "principessa" e continuava a prendersi cura di lei:

"Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava. […] Mi stringevo a papà, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni. Mi esortava a mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia di cioccolato; la mettevo in bocca per fargli piacere, ma non riuscivo a inghiottire nulla. […] Prima che cominciasse la Foresta Nera, il treno si fermò e qualcuno poté scendere tra le SS armate fino ai denti, per prendere un po’ d’acqua e vuotare il secchio immondo. Anch’io e il mio Papà scendemmo e vedemmo per la prima volta, scritto con il gesso sul vagone: ‘Auschwitz bei Katowice'. Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì quasi subito e la notizia della nostra destinazione gettò tutti in una muta disperazione. Fu silenzio in quel vagone in quegli ultimi giorni. Nessuno più piangeva, né si lamentava. Ognuno taceva con la dignità e la consapevolezza degli ultimi momenti. Eravamo alla vigilia della morte per la maggior parte di noi".

Arrivata ad Auschwitz fu separata dal padre: "In un attimo uomini, donne e bambini furono separati. Lasciai la mano di mio padre. Non sapevo che non l'avrei più rivisto". Liliana venne liberata a maggio del 1945. Fu una dei 25 bambini sopravvissuti tra i 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni deportati nel campo di concentramento di Auschwitz. L'unica della sua famiglia a essere tornata a casa.

Tullio Foà e l'eroismo di Napoli

Dopo l'approvazione delle leggi razziali, il destino di Tullio Foà sembrava ormai segnato. Ad aiutare la sua famiglia fu il popolo napoletano, che non li aveva mai considerati diversi, e un Commissario di Polizia che spiegò ai suoi genitori come salvarsi dal massacro. In un'intervista rilasciata al sito ‘Napoli Inter Nos', Foà ha raccontato:

"I napoletani erano solidali con noi, ma non potevano esprimere apertamente il dissenso, poiché le pene erano molto severe. Abbiamo ricevuto molti aiuti, come i nostri correligionari nel resto d’Italia: conventi, chiese, gente umile hanno nascosto molti di noi. La nostra famiglia ebbe la fortuna di conoscere un dirigente del commissariato tollerante e un coraggioso amico di famiglia. Il commissario del Vomero aveva mandato a chiamare mia madre. Poiché le leggi antiebraiche si stavano inasprendo, ci suggerì di trovare qualcuno di religione cattolica che si intestasse affitto e utenze. “Una volta che lei ha cambiato casa, non ha più beni intestati a suo nome, praticamente per me la famiglia Foà non esiste più”. Così facemmo. Un amico di famiglia, Marcello Magrì, per il quale la mia gratitudine sarà perpetua, si assunse questa grave responsabilità. Così non perdemmo la casa. Le persecuzioni dovevano partire da Napoli. Gli ebrei andavano catturati nel loro giorno santo, quello di riposo, quando erano radunati in preghiera nel tempio. Perché Napoli era stata scelta per avviare il macello? Perché agli occhi sprezzanti dei tedeschi Napoli era remissiva, abituata a prostrarsi davanti ai dominatori di turno: l’ideale per inaugurare l’annientamento della razza infetta. Fu un errore che nella storia di Napoli si è fatto spesso: quello di sottovalutare la rabbia e l’orgoglio dei napoletani. Così, l’operazione a sorpresa del sabato divenne una sorpresa per i nazisti, disorientati dalla furia popolare e dall’eroismo dei napoletani, con le ‘Quattro Giornate'".

Guido Cava e il gesto del medico fascista

A Pisa, Guido Cava apprese come tanti altri bambini ebrei di non poter più frequentare la scuola. Come ha raccontato all'Ansa, fu il padre a comunicargli che il giorno seguente non avrebbe potuto raggiungere i suoi compagni. Colpito dall'insensatezza di quelle regole, l'uomo non seppe rispondere a tutte le sue domande:

"Nel settembre del 1938 avevo 8 anni e un giorno mio padre si presentò a casa e disse a me e mio fratello Enrico che dall'indomani non saremmo più potuti andare a scuola. Alle nostre domande non seppe rispondere. Non poteva spiegare una cosa inspiegabile e borbottò solo ‘perché non si può più'".

Quando la persecuzione degli ebrei si inasprì e il rischio di essere deportati divenne sempre più alto, il padre portò lui e il fratello in un rifugio in campagna. Insieme rimasero nascosti fino a quando si resero necessarie delle cure per via di una polmonite. A ‘Il Tirreno', Cava ha raccontato cosa accadde con il medico fascista che li soccorse:

"A mio fratello venne un febbrone. Fummo costretti a chiamare un medico che fece un’accurata visita a mio fratello, al termine della quale diagnosticò una polmonite bilaterale e disse senza mezzi termini che andava trasferito in ospedale. Dopo un attimo, mio padre ruppe gli indugi. ‘Siamo una famiglia ebrea, non possiamo andare in ospedale'. Il medico disse: ‘Ho capito' raggiunse la moto e se ne andò. Si rimase per circa un’ora nel dilemma: ci avrebbe denunciato o no? Quando tornò con le medicine capimmo che avevamo davanti una brava persona. Ma la storia non finisce qui. Mio padre, mesi dopo, nei giorni della Liberazione, lo riconobbe in una piazza, sottraendolo alla vendetta dei partigiani: ‘Io sono ebreo e lui ha salvato mio figlio‘, gridò".

Lia Levi protetta dalle suore

A Roma la scrittrice Lia Levi, ancora bambina, e la madre riuscirono a trovare rifugio in un convento al Casaletto. Furono tanti, infatti, gli istituti religiosi che si prodigarono per le famiglie prese di mira dalle leggi razziali, offrendo un nascondiglio sicuro dove attendere speranzosi la fine della guerra. A Repubblica.it, la scrittrice ha raccontato che una volta arrivata al convento, sotto falso nome e spacciandosi per una "profuga venuta dal sud", si affrettò a imparare le preghiere cattoliche anche se le altre ragazzine notarono all'istante che si faceva la croce al contrario. Poco distante dalla struttura religiosa c'era il nemico: un comando tedesco visibile dalle grate. Nella primavera del 1944, il Vaticano fece sapere che i tedeschi avevano cominciato a introdursi anche nei conventi. Le suore non si fecero cogliere impreparate e fornirono a Lia nuovi documenti presi da una coetanea. A giugno dello stesso anno, la liberazione di Roma:

"Il 4 mattina da noi c'era ancora un silenzio totale. Solo il 5 mattina, non si sa chi fu il primo, ma tutte, suore, madri superiore, cuoche, bambine, cominciarono a gridare felici: ‘Sono arrivati, sono arrivati!‘. E corremmo tutte fuori verso la circonvallazione Gianicolense, loro, gli americani, venivano in su, con la gente aggrappata sui camion. Distribuivano caramelle, cioccolata, e quelle strane ‘gomme americane' che tutti ingoiavano. C'era un sole stupendo, quando mamma mi portò al convento pioveva a dirotto".