Vi è mai successo di vivere a stretto contatto con qualcuno che ha appena perso il proprio partner/marito/moglie? Avete mai assistito al lento ma costante consumarsi di una persona che crede di non avere più alcun motivo di restare al mondo dopo la morte di colui o colei al fianco del quale o della quale aveva deciso di passare il resto della vita?

A me è successo e, personalmente, ho sempre trovato che provare a raccontare quella persona gettata su un divano, di sabato sera, a guardare programmi tristi in Tv con gli occhi pieni di lacrime e nostalgia, fosse una delle cose più complesse da descrivere a qualsiasi interlocutore. Deve essere per questa ragione che "After Life" mi ha lasciato senza parole. L'ultima serie Netflix ideata e interpretata dal comico e attore britannico Ricky Gervais trascrive in immagini queste sensazioni con una facilità disarmante, iniettando allo spettatore un po' di quel dolore che immobilizza un essere umano costretto a vivere un lutto di quel tipo.

La trama di After Life in poche righe

Tony, il protagonista di "After Life", cade in depressione dopo la morte di sua moglie a causa di un cancro. Un uomo relativamente giovane, che si ritrova solo dopo una relazione di 25 anni e che deve fare i conti con la sola voglia che avrebbe in quel momento: farla finita, morire. C'è una scena in cui sta per tagliarsi le vene mentre è in una vasca da bagno e il solo motivo per cui non lo fa è che il suo cane, affamato, entra in bagno emettendo un flebile suono per farglielo capire. I sei episodi di "After Life" sono scanditi dai messaggi video che la moglie ha registrato per Tony prima di morire e tra i ‘compiti per la vita' che gli affida c'è quello di prendersi cura del cane.

Se la serie permette allo spettatore di immergersi in una maniera incredibilmente verosimile nel percorso di elaborazione del lutto di Tony, stupisce allo stesso modo l'abilità con cui vengono immaginati i personaggi che popolano la vita di un giornalista di una piccola testata locale incaricato di raccontare fatti straordinari – in realtà straordinari per niente –  avvenuti in città. Chiunque si sia trovato nella stessa posizione dei personaggi che abitano il mondo di Tony sa quanto sia delicata, e il più delle volte avvilente, la posizione di chi vorrebbe aiutare qualcuno a rialzarsi sapendo che quel qualcuno può ritrovare un motivo per vivere solo se decide di farlo.

Comicità e morte

C'è un'altra ragione che rende speciale "After Life": è scritta e pensata da un comico e infatti fa ridere. Si fa fatica, è vero, ad accogliere l'idea che un attore comico scriva e sia protagonista di una serie incentrata sul tema della morte, del lutto e di tutta una serie di cose che si pongono in posizione antitetica rispetto all'idea di risata. Può rappresentare lo stravolgimento di un paradigma. Ed è questa la ragione per cui dovreste guardare questa serie, e sorprendervi.

La filosofia di Ricky Gervais

Per chi invece conosce già Ricky Gervais (che ha annunciato una seconda stagione di "After Life"), questa serie non è che una conferma del suo talento cristallino. La sua comicità vive interamente di certe sovrapposizioni argomentative tra campi della vita apparentemente inconciliabili, indaga in quelle terre di confine tra la vita e la morte, tra ciò che si può o non si può dire, collegate da un unico ponte che molti, spesso, faticano a intravedere: la risata. Ridere è uno degli ‘ordini' principali che la moglie impone a Tony poco prima di morire, come viatico per il resto della sua esistenza.

Lo show di Gervais "Humanity", trovate anche questo su Netflix, si chiude con un aneddoto riferito alla morte di un parente stretto e di uno scherzo da parte di suo fratello che trasformò il funerale in un momento esilarante per tutti i presenti in chiesa. Spunto perfetto per il motto finale che racchiude la sua filosofia: "Tutti moriremo, per cui facciamoci una risata. Perché se riuscirete a ridere nelle avversità, sarete indistruttibili".