Milano. È un giovedì qualunque e la sera si registrerà la seconda puntata di E poi c'è Cattelan negli studi della storica MTV. Lì, dove tutto ha avuto inizio. La sensazione che avverti una volta raggiunto lo studio di EPCC è che sia tutto ‘così poco italiano': dalle scenografie alle riunioni in open space, con lavagne piene di appunti e scalette provvisorie, alla squadra di capi claque e autori, degni della migliore tradizione dell'infotainment internazionale.

Il camerino di Alessandro Cattelan è al piano superiore, in una piccola stanza circondata da corridoi tappezzati di gigantografie esposte come in una galleria d'arte. Robbie Williams, Pierfrancesco Favino, Tommaso Paradiso e tanti altri ospiti che, nel corso di questi anni, hanno partecipato all'unico late show nostrano, che ha consentito ad un brand italiano di stampare la carta d'imbarco per l'America. Iniziamo subito, il tempo stringe e Cattelan deve ancora finire di provare la fila di tshirt appesa sullo stand parcheggiato fuori la porta.

"Come stai? Ti fermi per lo show stasera?" mi dice. È la prima volta che lo vedo, ma non sembra un'intervista, manca solo la tazza per iniziare a chiacchierare. ‘Ale' giocherella con il buzz che usa in trasmissione ("Questo ora lo uso per prenotarmi nelle risposte" e ride, ndr) e mi conduce in una zona di comfort perfetta per la prima domanda.

Finalmente abbiamo visto tutti la tua intervista a Jimmy Fallon. Oggi, a freddo, facciamo una stima?

È andata molto bene su vari piani, quello professionale perché comunque abbiamo avuto accesso al programma più importante che c'è nel genere che faccio io (il late show, ndr), ed è come essere andato a scuola. Poi è stato bello anche dal punto di vista umano, perché lui e il suo gruppo sono stati super carini con noi, si sono messi a disposizione, e questa loro disponibilità mi ha messo molto a mio agio. Devo dire che la mia parte più emotiva l’ho vissuta al rientro, quando ho rivisto tutto sullo schermo televisivo. È stato davvero una botta.

Ne ha parlato anche l’Hollywood reporter in America, che ti ha definito l’Italian counterpart di Fallon.

Sì, magari non specifica proprio sua, perché questo genere di programma che fa Jimmy Fallon in America lo fanno anche Stephen Colbert, James Corden e Jimmy Kimmel, ce ne sono sei che vanno in onda contemporaneamente e sono tutti uguali, con l'unica differenza nella personalità di chi lo fa. Quindi la nostra speranza è di fare un programma esteticamente e grammaticalmente uguale a quelli che fanno in America e poi metterci del nostro. Cioè, se penso a quanto lo volevo fare, a quanta fatica ho fatto a convincere le persone a farmelo fare, e a come sta andando, leggere quell'articolo è stata una bella soddisfazione.

Che poi Counterpart non è sosia, bensì l'omologo italiano.

C'è sempre questo equivoco, per loro in America è molto chiaro, lo è un po' meno per noi. In Italia questo genere quasi non esiste, hanno provato a farne un paio di versioni che a me piacevano, ma alle quali non è stato dato il tempo di crescere. Con EPCC siamo invece alla settima edizione e io sono contento di questa longevità. Ovviamente la gente pensa che se fai questo, siccome vede la tazza, la scrivania, la band in studio, sei automaticamente un David Letterman e, adesso che non c'è più lui, sei un Fallon, ma in realtà è solo il format che va fatto così, poi ognuno ci mette il suo.

Noi avevamo Luttazzi…

Luttazzi era fighissimo, io ero un grande fan di Barracuda.

Fallon ha condiviso il lancio dell’intervista scrivendo ‘I met a new friend’ (‘Ho incontrato un nuovo amico’). Quindi ora, a curriculum, hai anche che sei amico di Jimmy Fallon?

Sì l'ho letto, ero a mangiare in un posto dove non prendeva il telefono e quando sono uscito ho trovato mille messaggi di persone entusiaste del fatto che avevamo veramente fatto amicizia. Io non gli scrivo spesso perché non voglio fare lo stalker (ride, ndr). Lo voglio prendere come un segno del fatto che si sia trovato bene, che ci siamo capiti e abbiamo parlato la stessa lingua.

La rappresentanza dell’orgoglio italiano in America, invece, sui social è stata così sintetizzata: gif de Il Volo, foto dell’Italia campione del mondo 2006 e le tue gigantografie. Sei fiero di essere entrato in questa triade?

Che emozione. Per l'Italia credo sia stata una bella cosa, soprattutto pensando che nel mondo dell'intrattenimento, dello star system, veniamo calcolati sempre molto poco: a livello internazionale, tantissimi attori e cantanti non vengono in Italia per fare promozione o tour, quindi essere arrivati fin lì è stato un bel traguardo per l'intera nazione.

I conduttori dei late show sono spesso degli stand-up comedian o dei giornalisti presi in prestito dallo spettacolo. Tu cosa sei?

Tra i due, più la parte comica, senza poi esserlo. È una parte che io ho sempre avuto dentro di me, anche quando facevo TRL o MTV. A pensarci bene, ti direi nessuno dei due, ma quella che mi si avvicina di più è sicuramente legata all'intrattenimento divertente.

La cosa fantastica è che se provo a definirti tramite Wikipedia, leggo: conduttore televisivo, conduttore radiofonico e calciatore italiano. Calciatore italiano?

Non so perché calciatore sia messo per ultimo, per me calciatore è quella fondamentale (ride, ndr).  Ho giocato quest'anno per l'ultimo anno perché sono lento, bolso e mi faccio male, però fare allenamento con i miei compagni è ancora qualcosa che mi entusiasma e mi dona immensa gioia.

Hai dichiarato: “È il programma che volevo fare da sempre. Quando ho cominciato a fare questo mestiere, volevo arrivare esattamente qui”. EPCC è un punto di arrivo?

Televisivamente per me sì, poi all'interno del punto d'arrivo parte la corsa, ancora più difficile, per migliorare sempre di più. EPCC ha avuto mille evoluzioni, per fortuna sempre in avanti, e mille altre ne deve ancora fare. Poi ho la fortuna di avere una squadra che lavora con il mio stesso entusiasmo, anche se il programma porta il mio nome e, alla fine, sono io a metterci la faccia.

La sfida non è mai diminuire, ma aggiungere. Cosa ci sarà di nuovo in questo EPCC?

Secondo me, lo step che abbiamo iniziato a fare negli ultimi due anni è relativo al fatto che c'è più bilanciamento tra il gioco e le chiacchiere in studio. Ora mi prendo più tempo per parlare con gli ospiti e approfondire anche tanti argomenti, senza buttarla sempre sullo scherzo.

E visto che ci troviamo ad aggiungere, nella prossima edizione di X Factor sarai anche autore e produttore…

X Factor mi ha sempre visto conduttore e basta, perché è un format preciso, rodato. In tutti questi anni non ho mai partecipato dal punto di vista autoriale, se non su me stesso. E invece quest'anno, dopo tante edizioni, mi hanno chiesto di collaborare con il gruppo di autori e gli ho detto di sì.

Anche se, in questo momento, c'è quasi un'ossessione nel vederti alla conduzione del Festival di Sanremo.

Da un po' ho iniziato a scherzarci su perché da qualche anno tutti mi fanno questa domanda, ma nessuno me l'ha mai chiesto, quindi mi divertiva il fatto che tutti se lo aspettavano nonostante né io né la Rai probabilmente ci avessimo mai pensato prima. Credo che il mio nome venga fuori perché è un nome un po' di mezzo tra la vecchia scuola affermata di personaggi che fanno la tv da tanto tempo e quella parte nuova che manca. Ho sempre lavorato a progetti grandi ma con un ruolo piccolo o a progetti piccoli, come EPCC e X Factor che sono su una rete (Sky Uno, ndr) che ha un bacino tutto sommato ristretto, che non tutti vedono, quindi una fetta di pubblico mi vede ancora come qualcosa da scoprire. Per me sarebbe un onore, anche solo essere accostato a Sanremo, sarebbe come l'Oscar: lo vince uno, ma essere in nomination già significa che sei capace di fare il tuo lavoro.

La musica, tra l'altro, per te non ha segreti. Ti manca la vita da veejay?

È stato un periodo bellissimo, ero giovane, lavoravo a MTV, uno dei canali musicali più importanti del mondo. Era un lavoro che ti permetteva di viaggiare molto, di intervistare nella stessa settimana Beyoncé, i Finley ed Eminem. Abbiamo fatto il lancio di Mission Impossible in Piazza del Popolo a Roma con 150mila persone e Tom Cruise, ed era la quotidianità. Mi mancano quegli anni, più che il ruolo del veejay.

Una vita con le star, ma in fondo non sei mai stato un personaggio mondano. Inoltre, non hai mai festeggiato un compleanno e il tuo matrimonio è durato non più di 10 minuti. Cosa significa per Alessandro fare festa?

Farla in un clima ristretto. Non mi piacciono le feste del mio compleanno, ma a quelle dei miei amici vado volentieri. Non amo troppo la confusione, fare serata, perché mi piace avere tempo da dedicare alle singole persone, non come quando torni a casa e ti sembra di aver parlato con cento persone ma in realtà con nessuno. Anche al ristorante non amo andare con più di tre persone.

Da Tortona a Milano, che all’inizio ti è sembrata una metropoli come New York. Cosa ti ha cambiato e cosa invece hai preservato di quel ragazzo di provincia?

Ho aggiunto tanto da allora, non solo cazzate e pippe mentali. Anche se io torno molto spesso a Tortona e il mio migliore amico è ancora lì. Se mi senti parlare lo avverti che ho ancora quell'ignoranza, in senso buono, della provincia, quel modo di vivere con meno sovrastrutture. La provincia ha le sue zone d'ombra, però lì non esiste la depressione, perché si deve andare a lavorare e la gente non ha tempo di perdersi in queste cose. La provincia ha una pragmatica più evidente rispetto alla città.

Sei padre di due bambine alle quali leggi libri come ‘La bambina con due papà'. Polemiche sui social a parte, mi pare tu le stia crescendo molto bene.

Ti dico la verità, io raramente condivido tanto del mio privato. Quella sera avevo proprio voglia di rompere le palle a qualcuno, l'ho fatto un po' scientificamente: ero lì, la foto mi sembrava carina, mia figlia non si vedeva in faccia, non c'era niente in televisione e ho pensato di far incazzare un po' di gente. Però è stata anche un'occasione per diffondere un messaggio che ritengo debba essere condivisibile.

Tra poco registri una nuova puntata di EPCC. Cosa fa Alessandro Cattelan prima di andare in scena?

Gioco di squadra. Ci diamo dei cinque, le pacche sul culo, ci diamo la carica, un po' come lo spogliatoio del calcio.