a cura di Vincenzo Di Guida

The Last Dance” è la docu-serie, diretta da Jason Hehir, che in dieci episodi racconta la carriera di Michael Jordan e l'ultima stagione vincente dei Chicago Bulls, quella del secondo three-peat, che culminò con il titolo del 1998, il terzo di fila della seconda era Jordan. I primi due episodi sono stati trasmessi nella notte tra domenica e lunedì negli Usa, disponibili dalla mattina del 20 aprile anche in Italia su Netflix. Tra filmati mai visti, interviste inedite, continui flashback, l’enorme hype generato in questi mesi, dal momento dell’annuncio da parte della piattaforma di contenuti on demand di Reed Hastings, è stato ripagato a pieno.

Nello spogliatoio di una delle squadre più forti di sempre

Serie di chiara marca Espn, con un pizzico di gusto retrò, perché chi è nato negli anni ’80 avrà riconosciuto subito quel sapore di Vhs grazie alle quali i giovani appassionati riuscivano a conoscere l’Nba, quando Internet e le infinite possibilità di scelta rappresentano solo un sogno bagnato, che forse neanche la lettura di “Neuromance” di William Gibson potevano soddisfare. In un’epoca in cui il documentario sportivo è cresciuto a un livello tale da non richiedere più una costruzione del racconto enfatizzata e forzata, grazie alla progressiva concessione e apertura dei protagonisti principali, “The Last Dance” rappresenta una sorta di flashforward. Per più di 20 anni questo materiale è rimasto sepolto negli archivi di uno studio a Secaucus, New Jersey. Per decenni nessuno ha mai saputo che una troupe televisiva avesse avuto accesso per l’intera stagione, alla vita dentro al campo, e sopratutto dentro lo spogliatoio di una delle più forti squadre di sempre, guidati dal più grande giocatore della storia del basket.

Non solo Michael Jordan: anche Pippen e Rodman

The Last Dance” ci racconta di quei Bulls e della complessa arte del vincere. Ci parla di Michael e della costruzione della sua leggenda, ci parla di Scottie Pippen e di come essere grande all’ombra del più grande, di Dennis Rodman e della sua “folle” conoscenza del gioco, di coach Phil Jackson e della sua applicazione di un sistema filosofico all’interno del rettangolo di gioco. Ma la serie ci parla soprattuto di un gruppo di giocatori e dei delicati equilibri che governano lo sport professionistico. Il carattere, la personalità, le lotte, le insicurezze e le debolezze di atleti che visti dal di fuori possono sembrare lontani, granitici, infrangibili.

“The Last Dance” ci parla di Jerry Krause, il general manager, l’uomo che costruì quei Chicago Bulls nel corso della seconda parte degli anni 80’, l’uomo che premette il pulsante dell’autodistruzione nel 1999, cercando inoltre in tutti modi di anticipare la fine di quel ciclo vincente già al termine della stagione 1997, pronunciando l’infelice frase: “Non sono i giocatori e gli allenatori a vincere i titoli, ma le organizzazioni”. Nel documentario scopriamo per bocca dello stesso Krause, che la frase originale conteneva: “ma le organizzazioni nel suo insieme”, parte poi tagliata dal giornalista, che così contribuì a far odiare ancora di più ai vari Jordan e soci, quell’uomo “basso, grasso, e con la forfora sulla giacca”, come lo definì MJ in una delle tante dichiarazioni con le quali lo umiliava pubblicamente. E proprio da queste incomprensioni sedimentate negli anni, che si trasformarono poi in odio, arrivò la spinta per quello che all’inizio della stagione 1997/1998 Jackson chiamò “ultimo ballo”. Ma questo è solo l’incipit che dà il via a un racconto sportivo che si annuncia grandioso pur conoscendone la fine.

“The Last Dance” è un documentario e un documento. È documentario per chi questa storia la conosce bene (per chi è cresciuto facendo le famose “nottate”, aspettando l’unica partita Nba trasmessa a settimana, quando andava bene, e a volte “vecchia” di qualche giorno), per chi ha letto ogni genere di libro su Jordan e quei Bulls. È documento per le giovani generazioni, che attraverso il moderno racconto della serialità on demand potranno gustarlo nella forma che preferiscono, arrivando magari insieme a esclamare “Oh, Michael”.