A chi importava dei tossici in Italia, prima di San Patrignano? Guardando SanPa, la miniserie disponibile su Netflix dal 30 dicembre, solo a Vincenzo Muccioli. Ma, intanto, sgombriamo il campo: SanPa, luci e tenebre di San Patrignano prodotta da Gianluca Neri e scritta da Carlo Gabardini, Gianluca Neri e Paolo Bernardelli è sicuramente il modo migliore di cominciare l’anno per la piattaforma di contenuti on demand. Netflix continua a dettare i tempi del racconto e della serialità, e lo fa a dispetto soprattutto della Rai, utilizzando in questo caso per gran parte materiali di sua proprietà e tappezzando i suoi spazi pubblicitari.

Però, nell’ascesa e caduta di quello che la miniserie mostra come un caudillo-santone, c’è forse poco equilibrio. Vincenzo Muccioli ha creato, da un piccolo podere di proprietà della moglie, la comunità che ha accolto decine di migliaia di tossicodipendenti in oltre 40 anni di attività, entrando nella storia del nostro paese. Un paese che non ha mai guardato in faccia a quell’emergenza, che si è sempre girato dall’altra parte, trattando i tossici alla stregua del purché si ammazzino tra loro riservato ai camorristi e ai mafiosi. Un paese che – come tutti i grandi simboli di ogni epoca – si è saputo servire di San Patrignano e di Muccioli, come parafulmine della sua ipocrisia e del suo immobilismo.

Perché quello che ci ricorda SanPa è che l’eroina è stata la vera livella di tutte le classi sociali. Ha colpito tutti; ricchi e poveri. La disperazione dei genitori – quelli che si aggrappavano a tutto, vendendo e impegnando i propri averi, prosciugando risparmi e ipotecando tutto pur di tenere per i capelli i propri figli – era la medesima per tutti, che fosse il figlio della massaia disperata nel suo tormento, o quello ripudiato da Enrico Maria Salerno. “Gli schiaffi che ha dato Muccioli sono quegli schiaffi che noi, padri progressisti, purtroppo non abbiamo avuto il coraggio di dare”. Sono le parole toccanti di Paolo Villaggio in uno dei tanti filmati di repertorio, parlando dei problemi di suo figlio Piero, tre anni in Comunità; lui è tra quelli contattati dalla produzione che si è rifiutato o non ha voluto partecipare.

Paternalistico, carismatico, egocentrico e megalomane. Vincenzo Muccioli non era un santo, non era un eroe. Ma non era un assassino. Lo dicono i fatti processuali, intanto. Dopodiché, la domanda e la risposta più importante resta: chi altri c’era in quegli anni a contrastare il problema dell’eroina in quegli anni? Risposta: solo lui. Le mamme di SanPa sono quelle che dicono tanto di Vincenzo Muccioli. Mamme disperate, che le avevano tentate tutte e che solo grazie all’aiuto di quella comunità sono riuscite a trovare la speranza di poter salvare un figlio tossico.  “Magari l’avessi legato. Oggi sapevo dov’era mio figlio”, dice una di loro. Perché, sì, a San Patrignano è successo tutto quello che è successo. Fuori, però, avrebbero comunque trovato la morte.

Al netto di tutto questo, guardare SanPa cercando di entrare in un solco manicheo, significa perdere in partenza l’occasione che la stessa miniserie – soprattutto nella testimonianza di Fabio Cantelli, ex tossico ed ex addetto stampa di San Patrignano – in più punti ci fornisce. La sua chiosa è perfetta: “sono tutto questo grazie a Vincenzo e San Patrignano e nonostante Vincenzo e San Patrignano”. Ecco perché provare a politicizzare il documentario, come è stato fatto sui social network strumentalizzando le posizioni di Red Ronnie e il contributo di Indro Montanelli, sminuisce la figura di Vincenzo Muccioli e il senso del suo lavoro. Esecrabili quanto efficaci i suoi modi, certo, ma cadere nel giudizio è un grave errore. Così come giudicare le azioni di quel periodo storico con lo sguardo del nostro tempo: “Bisogna avere il coraggio di guardare tutto questo senza usare il bene e il male in valori assoluti” dice a un certo punto Cantelli.

Purtroppo, però, la miniserie – diversamente da quanto lascia intendere soprattutto nei primi due episodi – non mantiene il distacco del giornalista, non è neutrale, anzi a un certo punto non fa altro che ravanare sempre di più negli aspetti irrisolti del ruolo di Muccioli dell’omicidio Maranzano, dei suicidi di Natalia Berla e Gabriele De Paola. È un crescendo quasi irritante che si fa addirittura morboso nel finale, quando getta ancor più ombre sulla morte, che sarebbe sopraggiunta per AIDS, dovuta a una storia d’amore con uno dei ragazzi, Renzo Pesco.

Dopo tutto questo, la Comunità di San Patrignano è ancora lì, punto di riferimento per chi vede sfuggire via la propria vita tra le mani. Di questo non si è parlato, non abbastanza. Come non si è parlato delle ventimila persone salvate in 40 anni di attività e del loro reinserimento nella vita di tutti i giorni. Non si è parlato abbastanza del fatto che la Comunità non ha mai preso soldi, non ha mai chiesto rette ai ragazzi o alle famiglie. Si è preferito tenere il riflettore sulle tinte fosche e cupe di un uomo, sicuramente ingombrante, sicuramente pieno di contraddizioni, morto 25 anni fa. La miniserie, insomma, ha preferito evocare di più le ombre che le luci di San Patrignano – forse anche per compiacere la platea internazionale – e lascia ancora tanti interrogativi scoperti.