Da alcune stagioni è tra i volti più rappresentativi di Rai3 e con i suoi speciali su Dario Fo, Paolo Poli e Sanremo Pino Strabioli ha portato i telespettatori alla riscoperta di aneddoti e storie oscurate dal passare del tempo, con enorme leggerezza. Un percorso che continua con il format "In Arte", dedicato alle grandi dive della musica italiana, che dopo Patti Pravo e Mina ha approfondito la vita straordinaria di Ornella Vanoni, balzando inevitabilmente agli onori delle cronache per una frase in particolare, quella in cui l'artista ha ammesso di farsi una canna al giorno prima di andare a dormire. Un dettaglio, certamente, da cui partiamo per un'intervista con Pino Strabioli che va oltre, esplorando il suo stile di racconto e la sua idea di Tv.

Dunque Strabioli, il riscontro della prima puntata è stato inaspettato e per certi aspetti anomalo nella sua dinamica.

Sì, è stato abbastanza incredibile. Gli ascolti non ci hanno premiato, era una domenica difficile tra la Roma che giocava e la fiction di Rai1, Canale 5 alta e Fazio. Però poi è diventata virale questa frase della canna di Ornella, rimbalzata praticamente ovunque.

Com'è nata la cosa?

Non era nel copione la domanda, però l'ho sentita così rilassata e sincera che mi è venuto spontaneo chiederglielo, ma non credevo che potesse scoppiare questo piccolo caso. Lei con molta naturalezza mi ha risposto. Mi hanno anche scritto sui social, accusandomi di istigazione, ma ovviamente non è vero. E poi questa battuta geniale di lei che ironizza sulla sua età, alludendo al badante che rolla.

Negli ultimi anni Ornella Vanoni si è riscoperta personaggio pop, una nuova giovinezza mediatica ai limiti con un'idea macchiettistica. Che idea ti sei fatto della cosa?

A me pare che lei sia al di sopra di questa seconda vita mediatica. Non c'è nulla di strategico e lei è assolutamente se stessa. Si sente libera, si percepisce una donna risolta. Non ha nessuna sovrastruttura, è sincera ed ha una storia magnifica alle spalle da raccontare. Questo utilizzo di lei che viene spesso fatto dalla televisione credo derivi da una sua intelligenza nel capire che la televisione è anche questo. Ha questa parte bella lei, che è assolutamente sorprendente perché sa sorprendersi.

Ma "In Arte Ornella Vanoni" non è stato solo questo.

No, perché in tutto ciò c'è gente che mi ha scritto dicendomi che dopo il nostro speciale è andata a riascoltare dei pezzi di Ornella, riscoprendo tutta una parte della sua carriera che non conosceva. Se la canna serve a far riscoprire un patrimonio, allora ben venga. Non c'era alcuna volontà di fare del sensazionalismo. 

La seconda puntata, "In Arte Gianna Nannini", inizialmente prevista per l'8 dicembre, è stata spostata. A quando?

Andremo in onda sabato 28 dicembre, sempre in prima serata.

Mina, Patti Pravo, Vanoni, Nannini. "In Arte" è un format tutto declinato al femminile o immagini un'apertura anche all'universo maschile?

Io trovo che le donne siano più sincere e si aprano di più, mi trovo molto a mio agio con l'interlocutrice femminile. Generalmente amo i diversi, o meglio quelli che fanno la differenza, mi piacerebbe raccontare Loredana Bertè, ma anche uomini come Massimo Ranieri, Riccardo Cocciante, Giancarlo Giannini. Però va detto che io ho raccontato personaggi che sono in qualche maniera rivoluzionari e quando la rivoluzione la fanno le donne è più importante, più faticoso, dà un segnale maggiore. Patti Pravo ti racconta che aveva tre uomini, la Vanoni parla liberamente di cacca e pipì: quando le donne sono fantastiche lo sono più dei maschi.

Su questo giornale abbiamo definito la tua una televisione "in punta di piedi", diventata un simbolo della Rai3 di Coletta. Cosa c'è in questa freschezza che sta riportando Rai3 ad essere una rete forte e identitaria?

Sicuramente il fatto che Stefano Coletta sperimenti dei linguaggi e li mescoli. Per esempio il mio programma, in fondo, somiglia un po' a quello della Carrà (A raccontare comincia tu, ndr) che però scopre personaggi dall'alto del suo essere un'icona. Dall'altra ci sono io che provo a farmi raccontare aspetti nascosti e più riservati dei personaggi. L'attenzione per le storie minime, la Vanoni oltre Strehler, quella che fa la pipì nei prati, fa capire che al centro di questa rete c'è il racconto dell'essere umano. Tutti i programmi di questa Rai3 sono in qualche maniera un'indagine sulla tenerezza, sulla poesia, con il coraggio di affrontare temi complessi come la sessualità, la violenza, ma senza un approccio pruriginoso, con grande rispetto. Se si vuole è una Tv minima, anti-sensazionalistica, che si era un po' persa. 

Anche se questa tua stagione fortunata a Rai3 non corrisponde solo alla gestione Coletta…

Sì, è vero, io devo molto anche ad Andrea Vianello, che mi aveva permesso di svincolarmi dall'appartato palinsesto del mattino, permettendomi di fare otto puntate con Paolo Poli e raccontare grandi personalità come Dario Fo o i "figli di". Stefano Coletta ha saputo avvicinarmi alla musica, staccandomi dal mio ambito che è il teatro. "Grazie dei fiori" mi ha permesso di incuriosirmi per questo tipo di racconto.  

A proposito di "Grazie dei fiori", tornerà prima di Sanremo 2020?

Non tornerà prima del Festival per motivi editoriali, ovvero che Sanremo è appannaggio di Rai1. Ma da giovedì 13 febbraio andranno in onda sei seconde serate, durante le quali racconterò grandi voci del passato. Questa volta abbiamo scelto di approfondire le esistenze e vite, tra luci e ombre, di Gabriella Ferri, Rino Gaetano, Luigi Tenco, Franco Califano, Umberto Bindi. 

Tutti nomi comunque legati a Sanremo.

Beh, ma di cantanti che non sono passati per Sanremo ce ne sono davvero pochissimi. Anche questi, a loro modo, hanno avuto un rapporto con il Festival, per quanto più complicato e conflittuale. 

"Grazie dei fiori", tra l'altro, è tra i programmi che meglio si è attaccato a una nuova vita del Festival, forse il solo evento televisivo che ha risposto alla crisi della Tv generalista crescendo e ampliandosi. 

Sono d'accordo e forse anche per questo il programma ha funzionato, nel senso che ci sono stati anni ed edizioni di Sanremo che, in virtù della crisi della manifestazione, erano state un po' dimenticate. Per cui noi, utilizzando le teche Rai, siamo riusciti in qualche maniera a resuscitarle. Tra l'altro il programma mi ha permesso anche di conoscere meglio il mondo di Twitter e Instagram, a me abbastanza sconosciuto prima di allora. Poi è vero anche che dopo anni di invasione dei fornelli, in Tv si canta molto. 

Hai citato le teche Rai, il passato della Tv che forse ne rappresenta il futuro. 

Le teche sono un paradiso, noi abbiamo iniziato ad usarle molti anni fa, tra chicche e materiale inedito. Sono un patrimonio fondamentale e rappresentano l'altro filone del racconto: da una parte quello dei protagonisti, dall'altra quello laterale delle immagini del passato.

A proposito di Tv del passato, c'è una scena tratta da UnoMattina, di cui sei involontariamente protagonista, resa immortale da Mai Dire Gol. Ti rivedi mai? E soprattutto, come ti rapporti all'idea che molti delle nuove generazioni ti conoscano specialmente per quello?

E' un po' un tormento. Dai miei nipoti ai giovanissimi, tutti continuano a mandarmelo sui social e questa è un'altra cosa incredibile della forza della rete. Da una parte uno dice "mi sono fatto un mazzo così per intervistare Dario Fo e fare otto puntate su Boccaccio con Paolo Poli e poi resta il maghetto che sbaglia il numero o la Vanoni con la canna". Però poi dall'altra pensi che se questo è utile a far incuriosire di quello che faccio, allora va bene.

Inevitabile chiederti cosa ricordi di quel momento a UnoMattina, con Luca Giurato e Livia Azzariti.

Io non so che fine abbia fato quel poveraccio, il mago intendo, però ricordo benissimo Luca Giurato disperato, che continuava a chiedere a tutti dove lo avessero trovato. In questo la Gialappa's è stata geniale. Tra l'altro, proprio grazie a quel maghetto, o forse grazie all'altro video in cui dei bodyguard mi buttavano a terra, andai ospite a Mai Dire Gol e feci un weekend a Parigi bellissimo con i soldi di quella ospitata. In qualche modo sono grato anche a quella cosa lì. 

In fondo la Tv è fatta di frammenti, per quanto svilente possa essere, quei momenti ti rappresentano. 

Sì, prima ero quello del maghetto, oggi sono quello della canna. Però chi mi segue sa che c'è anche altro. A me va benissimo. 

Domanda delle domande in tempi di nomine: se dovessero proporti la direzione di una rete, accetteresti?

Assolutamente no, non potrei mai fare il direttore di una rete. Mi hanno offerto l'assessorato alla cultura al comune di Orvieto e ho detto no. Credo che fare il direttore sia un lavoro complesso, di grande responsabilità per il quale non mi vedo capace, come non potrei condurre Sanremo o fare l'arbitro in una partita di calcio. Sono lavori che hanno bisogno di una grande passione, conoscenza della macchina, capacità di mediazione. Non è per fare il modesto, sarei capace di condurre dei programmi, forse anche meglio di altri colleghi, ma questo no. Già dirigo un teatro e ho l'ansia, pensa dirigere una rete e un palinsesto.