A soli 47 anni, ci ha lasciati Mattia Torre: non solo uno dei papà di "Boris", la "fuoriserie" italiana cult per eccellenza tra le comedy nostrane, ma anche firma brillantissima tra gli sceneggiatori italiani e autore di una delle serie più innovative viste negli ultimi tempi. Parliamo de "La linea verticale", produzione Rai3 con Valerio Mastandrea che ha raccontato la malattia come nessuna fiction italiana aveva mai fatto prima. Forse perché, dietro quella storia tragicomica ambientata in un ospedale italiano, assolutamente priva di ogni retorica, c'era proprio la stessa autobiografia di Torre. Malato di tumore come il protagonista cui ha dato volto e voce l'amico Mastandrea, Torre aveva sdrammatizzato sulla sua esperienza della degenza post intervento con pungente ironia.

La serie La linea verticale

Tutto era nato proprio dall'omonimo libro scritto da Mattia Torre, trasformato in uno script firmato da lui stesso con Mastandrea. Delle 8 puntate de "La linea verticale", lo sceneggiatore aveva curato anche la regia. Sperimentale già a partire dalla diffusione del format (reso disponibile interamente su Raiplay, prima di andare in onda su Rai3 dal 13 gennaio al 10 febbraio 2018), la serie ha raccontato la vicenda di Luigi, 40enne sposato con la bella Elena, che scopre di avere un tumore e, dopo essersi sottoposto a una delicata operazione per la sua rimozione, affronta un periodo di ricovero e riabilitazione. Attraverso il suo sguardo e i compagni di viaggio (i medici e gli altri pazienti), Torre ci ha mostrato il lato più misconosciuto e spesso bizzarro del mondo ospedaliero, raccontato come solo chi l'aveva vissuto in prima persona poteva farlo. Il cast della serie comprende Valerio Mastandrea, Greta Scarano, Giorgio Tirabassi, Ninni Bruschetta, Babak Karimi, Antonio Catania, Barbara Ronchi, Paolo Calabresi.

Perché Mattia Torre ha scritto la serie

"Orizzontale sei morto, verticale sei vivo": l'assioma pronunciato da uno dei personaggi della serie sintetizza pienamente "La linea verticale", un "medical" sui generis (più comedy che drama) che Torre ha scritto non solo per raccontare la sua storia, ma anche per rendere omaggio a un sistema sanitario pubblico che aveva sperimentato direttamente. Lo raccontò in un'intervista al sito "Sanità Informazione":

Sono finito in unospedale pubblico che non mi ha chiesto neanche un euro per curarmi e che, di fatto, mi ha salvato la vita. Per questo mi sembrava un pezzo di Paese che andava assolutamente raccontato, visto che ormai siamo abituati a vedere rappresentata sempre e solo la malasanità.

Una storia senza lieto fine

"Una penna capace di mescolare il grottesco e la tragedia senza mai banalizzare, anzi guardando tutto con maggiore lucidità", così Babak Karimi, uno degli attori della serie, ha riassunto al meglio la capacità di Mattia Torre, una figura di cui la cultura e la televisione italiane sentiranno certamente la mancanza (basti pensare non solo a "Boris", ma anche ai pregnanti monologhi recitati da Mastandrea). A differenza del suo alter ego Luigi, la malattia è purtroppo stata più forte ed è tornata a imporsi, privando la storia di Torre di un lieto fine. A maggior ragione, non si può che tornare a rileggere una delle citazioni più penetranti e indimenticabili de "La linea verticale":

"La malattia può essere una cosa buona, la malattia può segnare un cambiamento importante, e se la sai vivere, se la sai combattere, la malattia può segnare anche una rinascita. L’importante è cercare di non morire. Ma pure, evidentemente, anche la morte va presa come una cosa che può succedere. Quello che voglio dire è che solo se non hai paura di niente puoi sopravvivere a tutto".