Nei giorni caotici e senza precedenti che il paese sta vivendo, in cui l'incertezza e la confusione regnano a causa dell'emergenza coronavirus, i media e la televisione stanno affrontando la sfida improba di provare a garantire un servizio adeguato alle circostanze. In prima linea c'è, e deve esserci, la Rai, che oggi più che mai è chiamata ad assolvere al proprio compito di servizio pubblico. Ne parliamo con Riccardo Laganà, il consigliere del Cda Rai eletto dai dipendenti dell'azienda e per questa ragione figura che rappresenta, più di chiunque altro, l'anima della Rai: le istanze di migliaia di persone che tengono in piedi quotidianamente la più grande azienda culturale del paese.

Laganà, quali misure sta attuando la Rai in questo momento di vera e propria resistenza?

Sono ovviamente giorni complicati, la confusione e il panico sono qualcosa di poco controllabile contro un virus evanescente e la cosa si riflette sull'azienda. I colleghi sono preoccupati perché si stanno prendendo dei provvedimenti, c'è una task force che sta lavorando molto, praticamente senza sosta. Le indicazioni non sono sempre chiare perché d'altronde il caos fa la sua parte, ma anche perché la situazione è in continua evoluzione. C'è da gestire questo momento.

I Soliti Ignoti, Porta a Porta, L'Eredità. Diversi programmi del daytime sono stati sospesi o in via di sospensione per ovvie ragioni. 

Da che si era deciso di tenere tutto aperto e mandare avanti la programmazione prestando grande attenzione, la Rai si è trovata costretta a chiudere alcune trasmissioni, come avvenuto anche con Rai Sport, comprensibile perché con la chiusura degli eventi sportivi c'è meno da fare e quelle persone vengono tenute a casa.

Negli studi si tamponano i rischi garantendo solo la presenza del personale "necessario". E i dipendenti a casa?

Lì c'è un altro problema: come tenere a casa le persone? In alcuni casi ci sono permessi per emergenza, in altri casi la Rai applica lo smart working, che però andava sperimentato prima, perché in un regime ordinario hai tutto il modo per normarlo e decidere come farlo, anche nel settore amministrativo che non richiede la presenza diretta. Oggi ci troviamo costretti a fare uso di uno smart working non sempre ortodosso, in alcuni casi si tratta di una postazione riportata a casa con i suoi limiti, essendoci un problema di infrastruttura che va adattata. Ci sono da gestire queste difficoltà. 

Anche perché parliamo di migliaia di dipendenti, con funzioni diverse.

Come vertice aziendale ci muoviamo in un'azienda davvero eterogenea, da amministrativi a impiegati e tecnici, una sfumatura di competenze che non può essere gestita in maniera univoca. La task force riceve delle istanze, noi vertici ne riportiamo altre e man mano i provvedimenti prendono forma e vengono modulati. Stiamo facendo tutto bene? Non lo so, lo capiremo nel tempo, è una situazione in evoluzione. Certamente dobbiamo garantire continuità e qualità di offerta, perché in questo momento il servizio pubblico diventa fondamentale. Si combatte tra la paura di lavorare e vivere in ambienti spesso molto piccoli e stretti e la consapevolezza di non doversi fermare. A me arrivano foto di operatori con la mascherina che ribadiscono con insistenza di essere lì, andare avanti.

Da consigliere e da spettatore, cosa vorrebbe vedere in onda sulle reti Rai in questi giorni?

Certamente l'informazione, manco a dirlo, così come i programmi di intrattenimento che devono essere parte del servizio pubblico per non alimentare psicosi.

Di quale tipo di intrattenimento parliamo?

Questa è la grande domanda, parliamo di un intrattenimento con un profilo culturale ed educativo. Ci si chiede soprattutto se continuare a fare i programmi nel modo classico, tenendo in piedi produzioni che richiedono spostamenti di persone e quindi conseguenti pericoli. Forse un'idea sarebbe fare un contenitore dove più conduttori si alternino durante la giornata, con meno persone e squadre che fanno una turnazione.

Potrebbe essere una sorta di diretta continua che preveda un alternarsi di volti e operatori? 

Sì, qualcosa di questo tipo, spazi di informazione alternati a lunghe dirette in un contenitore unico. Ci sono tante possibilità sul tavolo che si stanno prendendo in considerazione e in questo momento si stanno studiano dei palinsesti alternativi.

Questo momento può essere un'occasione per la Rai di sperimentare nuovi linguaggi e confermarsi pilastro per la tenuta democratica del paese?

Una situazione come questa in qualche modo ci costringe a farlo. Lì dove ci sono format e cose discutibili, anche dal punto di vista editoriale, forse questo è il momento di provare a cambiare. È anche l'occasione di rafforzare il concetto di coesione sociale incluso nel contratto di servizio che ora più che mai è fondamentale. 

Bruno Vespa non ha preso bene l'idea dello stop a Porta a Porta dopo il caso di Zingaretti contagiato, definendola una scelta pretestuosa dell'azienda. Lei trova sia una reazione dettata anche dal panico?

Non saprei. Rimane il fatto che ho trovato la sua uscita scomposta. Lo stesso fatto di aver ribadito che lui è riuscito a farsi fare il tampone e a parlare con primari di altissimo livello è un dato che marca la differenza tra il pubblico che sta a casa, che non sa se ha il coronavirus o meno, e lui che ha accesso ad altri tipi di consultazioni. In un momento in cui dovremmo essere tutti uniti, marcare la differenza è un messaggio che, dato da un operatore del servizio pubblico, non è bellissimo.

Forse può averlo fatto per la voglia di essere sul campo e andare in onda in questo momento difficile. 

Non lo discuto, ma il servizio pubblico non è un regno di conquistare a colpi di palinsesto, bensì un concetto che va declinato in base a delle regole dettate dall'emergenza. Lui come gli altri colleghi deve rispettare la quarantena. Se passa il messaggio che in queste condizioni devono esserci deroghe, è complicato gestirla. Ho inviato all'amministratore messaggio un invito a ribadire che lui non dovesse andare in onda. Anche fare una diretta da casa, come lui avrebbe chiesto, non sarebbe stato corretto, perché nella sua condizione di incertezza, mandare una troupe o degli operatori a casa sua sarebbe stato complicato, che fossero operatori Rai o troupe in appalto non sarebbe stato corretto e tutelante. 

La Rai deve restare in piedi, a qualsiasi costo. 

La Rai non può chiudere, non ce lo perdonerebbero. Crolla l'azienda e si sfilaccia il tessuto che tiene unito il paese. Ma al tempo stesso dobbiamo garantire massima sicurezza a chi ci lavora. Non è facile ma ci proviamo, è una cosa che va declinata anche in base a delle regole dettate dall'emergenza.