Perché le storie si ripetano ciclicamente, occorre che cambino pochi particolari. I nomi, qualche volto, gli slogan. Giusto alcuni ritocchi e poi tutto può andare esattamente allo stesso modo senza che qualcuno possa contestarlo. Non è difficile intravedere una similitudine scontata tra i fatti che nel 2002 portarono alla cacciata dalla Rai di Enzo Biagi, Daniele Luttazzi e Michele Santoro e quello che sta accadendo da alcuni mesi tra a Fabio Fazio. I fatti delle ultime ore, la chiusura anticipata di "Che Fuori Tempo Che Fa", alimentano ancora di più questo senso di dejavù. Perché la riduzione del numero di puntate del programma, che la Rai ha descritto come una decisione orientata al risparmio, nel tentativo di fugare ogni sospetto di una scelta "dall'alto", arriva certamente con delle tempistiche che la fanno sembrare un atto a orologeria, come si direbbe in gergo.

Tutta una questione di soldi

Ripercorriamo gli ultimi passaggi di questa storia. Una settimana fa Salvini rifiutava di essere ospite di Fazio, appellandosi al ritornello classico dei soldi pubblici dati al conduttore per fare politica (dato essenzialmente falso, visto che lo stipendio di Fazio e i costi dei suoi programmi vengono ampiamente ripagati dagli introiti pubblicitari). A poche ore di distanza il presidente Rai Marcello Foa faceva coincidere il parere di Salvini con quello del massimo esponente dell'azienda di servizio pubblico, aggiungendo la formula contemporanea della del cambiamento che incombe: "Il compenso (di Fazio, ndr) è molto elevato, al di sopra di qualunque valutazione sugli ascolti. Nella Rai del cambiamento, rispettosa del canone pubblico, è chiaro che, per quanto vincolato da un contratto che l’azienda naturalmente deve rispettare, si pone un problema di opportunità".

Quelle due paroline magiche, i soldi pubblici, furono l'identico viatico attraverso il quale Silvio Berlusconi, nel 2002, motivò il suo celeberrimo discorso da Sofia con cui sanciva la cacciata dalla Rai di Biagi, Luttazzi e Santoro. "Soldi di tutti" fu la formula utilizzata da Berlusconi, cui venne aggiunto il mantra dell'uso criminoso del servizio pubblico, con cui l'Editto Bulgaro è poi passato alla storia.

Non importa troppo il paragone politico tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (difficilissimo intuire chi dei due sarebbe più onorato dall'eventuale parallelismo), interessa più che altro il clima che si è venuto a creare attorno alla figura di Fabio Fazio. Preso come bersaglio, il conduttore è sottoposto insistentemente a una campagna di delegittimazione proveniente da un preciso ambiente politico, che esautora il valore del suo lavoro tramite uno schema argomentativo che segue più o meno questi passaggi: Fazio guadagna milioni di euro, Fazio guadagna troppo, Fazio guadagna troppo per il servizio pubblico, i soldi per pagarlo arrivano dal canone, Fazio esprime un'opinione, l'opinione espressa da Fazio non è gradita, gli italiani lo pagano troppo per esprimere un'opinione politica diversa da quella gradita. Conclusione: il contratto di Fazio con la Rai va rivisto e il suo impegno con l'azienda riconsiderato.

La Tv di Stato non è la Tv del governo

Ragionamento, quello sopra riportato per approssimazione, contaminato prima di tutto dal già citato elemento di falsità secondo cui il contratto di Fazio venga pagato coi soldi del Canone Rai; poi dalla presunzione di credere che una cerchia di persone che seguono una determinata forza politica rappresentino tutta l'Italia; infine l'idea che la politica debba intervenire e decidere dei palinsesti della Tv pubblica. "La nostra – diceva Enzo Biagi commentando l'editto bulgaro di Berlusconi – viene presentata come televisione di Stato, anche se qualcuno tende a farla di governo". Parole che, da sole, danno una risposta a questo sragionamento.

Questo non vuol dire, attenzione, che Fabio Fazio sia immune ed esente da critiche e valutazioni televisive. Il conduttore può non suscitare simpatia, si può non essere d'accordo con lui. E ancora gli ascolti di "Che Tempo Che Fa" e "Che Fuori Tempo Che Fa" non hanno brillato ed hanno talvolta disatteso le aspettative della rete. Questo è vero. Così come è vero che sullo stesso contratto siglato dal conduttore con la Rai ("Fazio non ha puntato una pistola in testa a nessuno", dice bene Maurizio Costanzo nel difenderlo) stia indagando dal 2017 la Corte dei Conti. Così come al momento, per fortuna, l'azienda non ha preso decisione alcuna che faccia pensare a una revisione degli accordi con Fazio prima che il contratto di quest'ultimo scada.

Si avverte tuttavia, chissà perché proprio oggi, la necessità di rievocare un monito che resta incomprensibile ai più e che in Italia puntualmente diventa ancor più oscuro quando certi venti politici si affacciano in questo Paese: la Rai è un'azienda culturale che sta sul mercato, che può funzionare solo se resta intatto il principio del libero pensiero e se a determinarne il destino sono professionisti che non hanno nulla a che fare con la politica. Quale di questi principi, oggi, si può dire rispettato a pieno?