28 Febbraio 2017
10:10

Tetto stipendi Rai, Fazio: “La pubblicità paga ampiamente i programmi Rai”

Una frecciata nemmeno troppo velata è quella cui Fabio Fazio dà voce subito dopo l’intervista di Matteo Renzi a “Che tempo che fa”. L’oggetto della sua ironia è il tetto di 240 mila euro sugli stipendi Rai.
A cura di Stefania Rocco

Una frecciata nemmeno troppo velata è quella cui Fabio Fazio dà voce in conclusione dell’intervista con l’ex Premier Matteo Renzi a Che tempo che fa. Il noto conduttore, inserito nella lista delle star della rete pubblica che beneficiano di compensi d’oro, si riferisce alla decisione di imporre anche alle personalità di spicco del mondo della televisione di stato il tetto massimo di 240 mila euro annui lordi sugli stipendi.

Dopo aver intervistato l’ex Presidente del Consiglio, Fazio, non a caso, manda la pubblicità senza nascondere un’allusione venata dalla polemica: “Mando la pubblicità che paga ampiamente questo e altri programmi Rai”. È stato lo stesso Renzi a porre l’accento sull’inconsueta scelta di parole. Fazio, com’è noto, rientra tra i personaggi che dovrebbero subire i maggiori effetti imposti da tale manovra.

Il tetto sugli stipendi Rai

Risale alla scorsa settimana la notizia della decisione di imporre il tetto di 240 mila euro anche ai contratti milionari delle star della televisione di Stato, a partire dall’aprile 2017. Il consiglio d’amministrazione della Rai ha dato mandato al dg Antonio Campo Dall'Orto di applicare il limite massimo previsto dalla norma anche ai contratti di collaborazione e consulenza di natura artistica. Ne sono interessati personaggi quali lo stesso Fabio Fazio, Flavio Insinna, Antonella Clerici, Bruno Vespa, Massimo Giletti, Carlo Conti, Piero e Alberto Angela, Amadeus e Lucia Annunziata. Si tratta di una cifra che è chiaramente molto inferiore rispetto a quella che percepiscono oggi i soggetti interessati, che beneficiano di ricchi contratti commisurati ai buoni risultati garantiti alle reti di appartenenza. Il tetto massimo di 240 mila euro l’anno era stato introdotto dalla nuova legge sull’editoria, entrata in vigore nel 2016 e portata a compimento nonostante polemiche e rischi.

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