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Opinioni
21 Aprile 2016
11:54

Fabio Fazio Rischia tutto (o quasi)

Il conduttore ligure torna in tivù con la riedizione di Rischiatutto, storico show di Mike Bongiorno. Tra l’ennesima rivoluzione televisiva e il revival in chiave pop.
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Naturalmente non può che essere un caso. Nell’anno in cui Umberto Eco ci ha lasciati, torna a rivivere il mito di Mike Bongiorno – alla cui fenomenologia nel 1963 il professore ha dedicato un capitolo all’interno di Diario Minimo – richiamato in vita per l’occasione dal medium per eccellenza della televisione italiana, Fabio Fazio, che ha deciso di riproporre Rischiatutto, quiz icona dell’Italia anni ‘70. Ma naturalmente il caso non accade mai a caso.

Quest’incrocio, infatti, avviene alla fine di un’epoca (l’epoca dell’uomo mnemonico alla Eco, maniacale possessore di libri e di migliaia di informazioni) e all’inizio di un’altra in cui non avremo più bisogno di ricordare nulla, perché tutto sarà in rete, a portata di tablet e di smartphone, e l’unica memoria che sfrutteremo sarà quella del nostro hard disk esterno. Eppure, in un’epoca siffatta, Fabio Fazio ci presenta la versione aggiornata di un quiz in cui i contenuti di una certa materia bisogna conoscerli davvero, non limitandosi a scegliere tra risposte multiple. Una rivoluzione per il nostro presente televisivo in cui solo due mesi fa la campionessa di un altro quiz è caduta su una domanda a dir poco accessibile: “In Italia il presidente del Consiglio dei ministri è a capo di cosa?”, le ha chiesto Fabrizio Frizzi, conduttore de L'Eredità: “La magistratura” ha risposto lei decisa, scegliendo tra quattro opzioni.

Dal 1970 al 1974 (anni caldissimi della vita sociale del paese) Rischiatutto ha tenuto incollati allo schermo decine di milioni di italiani nella speranza di assistere alla vincita di qualche milione di lire da parte dell’impiegato o della casalinga di turno. Il tutto senza raccomandazioni, senza imbrogli, senza dover subire mortificazioni, ma solo in virtù della conoscenza da secchioni di un certo argomento dello scibile umano. Praticamente la via al sogno italiano prima che il sogno italiano diventasse partecipare a cene eleganti con il satrapo e farsi mantenere a vita da lui. Messa così – dalla prospettiva dell’oggi –  quell’Italia, nonostante tutte le sue mediocrità, sembra decisamente migliore.

Fazio, l'eterno ‘ragazzone' accusato di buonismo

E infatti, come tutti sappiamo, il percorso televisivo più che ventennale di Fabio Fazio dai tempi di Quelli del calcio, passando per Anima mia, Sanremo fino ad arrivare a Vieni via con me e a Che tempo che fa, è stato caratterizzato dall’uso a manetta del passato e del revival atto a creare l’effetto nostalgia. Quest’uso emotivo del ricordo in chiave pop è ciò che molti dei critici più engagé gli rimproverano da sempre. Ed è esattamente ciò che invece piace ai milioni di spettatori che seguono i suoi programmi, giovani compresi, perché in definitiva la cifra estetica della tivù di Fazio è più contemporanea di quella che vuole sembrare. Una contemporaneità che preferisce non mostrarsi anche quando c’è e che ha i tratti senili dell’eterno ragazzone rassicurante di cui ogni zia d’Italia mediamente colta si può fidare a cui rimestando nel passato scappa di tanto in tanto la zampata innovativa. Come spiegarsi, ad esempio, la massa di personaggi individuati nel panorama culturale italiano in questi anni e portati alla conoscenza del pubblico della tivù generalista che altrimenti li avrebbe ignorati?

Eppure tutta questa genialità comunicativa non è bastata a risparmiargli schiere di detrattori inferociti. L’accusa di buonismo, di essere un “abatino”, di guadagnare troppo, di non fare domande. Non tutta l’intellighenzia italiana è ai suoi piedi. Persino Madonna non gliele ha mandate a dire. E poi c’è la politica. Da sinistra a destra non sono mai mancate le critiche. Da destra per essere troppo schierato a sinistra, da sinistra per non essere abbastanza di sinistra. Chi non ricorda le polemiche per l’appoggio ad Adriano Sofri? O la ridda scatenata dopo l’intervento di Roberto Saviano su Piergiorgio Welby?

L'asse Umberto Eco – Mike Bongiorno

Tutto ciò, a mio avviso, è frutto di un equivoco. L’aver immaginato – in ragione dello svecchiamento che Fabio Fazio ha rappresentato nel panorama dei conduttori Rai della prima Repubblica e dell’ampliamento del suo target verso un pubblico di laureati – che ai suoi programmi fosse delegato il compito di rappresentare in televisione il mondo underground del costume e della cultura italiana. Ovviamente l’equivoco si è arricchito dalla presenza di quasi tutti i suoi programmi nel palinsesto di Rai 3, cioè l’unico luogo televisivo del servizio pubblico dove tale mondo ha avuto diritto di cittadinanza. Siamo al solito, pelosetto discorso italiano sulla nicchia che si concepisce erroneamente come un’umanità altra e migliore, quando è chiaro che si tratta soltanto di un segmento di consumatori diverso dagli altri. Al contrario, l’intuizione di Fazio è stata aver creduto a uno spazio per diventare nazionalpopolari da sinistra, che la nicchia stava cambiando ed era più ampia in termini di audience di quanto si credesse, che certi steccati andavano abbattuti, non difesi. In fin dei conti, per quanto diversi, Umberto Eco e Mike Bongiorno appartengono entrambi all’immaginario dello stesso popolo. Questo Fazio lo sa e prova a raccontarcelo, rischiando tutto o quasi.

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Scrittore, sceneggiatore, giornalista. Nato a Napoli nel 1979. Il suo ultimo romanzo è "Le creature" (Rizzoli). Collabora con diverse riviste e quotidiani, è redattore della trasmissione Zazà su Rai Radio 3.
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