La crisi della televisione contemporanea è dovuta anche ad un appiattimento obbligato sul tema coronavirus. Pochi hanno il coraggio di raccontare la realtà fuori dal perimetro emergenziale. Da domenica 10 maggio Domenico Iannacone ci proverà con la nuova serie di Che ci faccio qui ( alle 20.30, Rai3). Vincolato da materiale girato prima della pandemia, uno dei volti di spicco della Rai3 di questi ultimi anni ha scovato nelle storie di confine raccolte in un tempo precedente all'emergenza quelle storie da cui bisognerebbe ripartire. "Ho raccontato l'ultima linea di demarcazione del mondo di prima. Questa nasceva dall'idea di una nuova costituzione di tutti gli esseri viventi, tenendo conto dei diritti civili, partendo da Rosarno e la baraccopoli".

Parli di quegli ultimi che oggi, dopo questa linea di demarcazione, diventano a tutti gli effetti dimenticati

L'idea di base è quella di una forza che esclude sempre di più e porta ai margini. Ho tentato di immaginare questo racconto come uno specchio che permettesse di guardare dentro di noi, a come noi abbiamo deciso di impostare la nostra vita.

Come giornalista non hai avvertito la percezione che quelle immagini pre-pandemia arrivassero in ritardo?

Questa è stata esattamente la prima domanda che mi sono posto. Che succede adesso? Vado in onda con un materiale che significa l'appena prima. Ma poi mi sono convinto che si trattasse di un manifesto programmatico. 

Sei puntate, oltre a Rosarno dove ci porterà Che ci faccio qui?

Una delle puntate si intitola Dalla tua parte, la dedico agli animali. Si tratta della storia di un personaggio che vive vicino Roma e da allevatore ha riconvertito la sua esistenza. Con un metodo socratico ti permette di capire cosa significhi togliere la vita a un altro essere, ma senza l'integralismo degli animalisti, quel purismo che alla fine diventa quasi respingente. Lui vive con gli animali che gli entrano in casa, ti fa comprendere cosa significhi l'allevamento intensivo, il maltrattamento, mangiare carne e non rispettare quella parte di mondo.

Come dire di non dimenticarsi di quelle cose di cui ci eravamo apparentemente dimenticati. 

In un momento in cui una manipolazione della nostra alimentazione che ha cannibalizzato il ciclo della vita, creando un disordine, raccontare queste storie mi permette di mettere a posto certe cose e di trovare un equilibrio. Quello che io voglio fare in televisione è creare una forma di osservazione ed elaborazione del pensiero. Non voglio lasciare spazio solo all'indignazione, cerco la riflessione. 

In pratica quello che poteva apparire materiale avariato per effetto della cronaca quotidiana, si è rivelato oro.

Se dovessi leggere tutto quello che è accaduto nella forma dell'opportunità per me, direi che da un lato mi ha danneggiato, perché avrei dovuto girare altre due puntate, che a questo punto girerò raccontando il ritorno alla realtà, ma dall'altra mi ha offerto lo spunto di vedere queste storie raccontate anche nella chiave di quelle cose da cui dovremmo ripartire.

Della quotidianità del coronavirus cosa ti interesserebbe raccontare?

Il vuoto, fisico e spaziale, ma anche intimo e morale. Parlo di paura, spaesamento, incertezza, un incattivimento delle persone. In questa dimensione, passata la sbornia della collettività che ci portava a cantare dalle finestre, rimane proprio il vuoto.

Non si tratta nemmeno di macerie, ma di paura che siano macerie. 

Il paradosso è proprio quello, le case sono in piedi. Le macerie sono sulla tendopoli di Rosarno, c'erano già prima della pandemia: sono macerie morali. Il virus è solo una piccola goccia che ha fatto tracimare un vaso già pieno fino all'orlo. 

Questo dà forza all'idea che è proprio da quelle macerie che dovremmo ripartire.

In un'altra delle puntate che andrà in onda racconto la storia di questa fabbrica che aggiusta e toglie dal macero gli elettrodomestici. Con 15 dipendenti ha creato una sorta di economia circolare, raccogliendo elettrodomestici destinati alla distruzione e li rigenera, utilizzando anche una manodopera espulsa dal mondo del lavoro. Si chiama "Io ti salverò" e lì voglio far capire che esiste una dimensione di cose che hanno un'anima. Una lavatrice può avere un'anima perché lì c'è stato il lavoro dell'uomo. 

E poi c'è la periferia, il tratto che unisce al punto dove ci avevi lasciato con l'ultima serie di Che ci faccio qui.

Mi piaceva il Corviale perché si tratta di 5000 persone messe in un blocco di cemento. Una città in miniatura che a pensarla al tempo della quarantena fa ancora più impressione. E racconto questa periferia dal punto di vista di un ex ultrà che ha preso in gestione un campo da calcio, rimettendolo a nuovo e creando un modello che si chiama "calcio sociale", con squadre composte da donne, uomini, bambini, portatori di handicap, persone di qualsiasi tipo. Giocano tutti insieme, ma le partite si fanno con un nuovo regolamento in cui non c'è un arbitro, un giocatore non può segnare più di tre gol e vince la squadra che aiuta di più, anche fuori dal campo. Una deregolamentazione che però vuol dire un nuovo regolamento. 

Sarà una stagione di Che ci faccio qui più politica delle altre, insomma.

Sì, il senso di un nuovo manifesto programmatico è proprio questo. 

L'emergenza è diventata anche infodemia televisiva, tra invasione di virologi e una narrazione intossicata. Chi si è salvato in Tv?

Io credo che la Tv inizialmente abbia tenuto saldo il rapporto tra la popolazione e ciò che stava avvenendo, svolgendo un ruolo importantissimo fino a un certo punto. Parlo anche della dimensione della cronaca che ci ha aiutati a capire ciò che stava accadendo. Ho apprezzato molto il lavoro di Report e di Corrado Formigli a Piazzapulita. Con due modalità differenti, sono stati i fari di questa pandemia a mio modo di vedere, hanno raschiato cambiando una percezione univocamente positiva di come l'Italia avesse affrontato il virus. 

Poi cosa è accaduto?

Poi c'è stato un imbarbarimento, con i tecnici che si sono sostituiti ai politici, finendo spesso per contraddirsi, per poi riallinearsi, un po' furbescamente come fa spesso la politica. Alla fine tutti salvi. 

E poi c'è la Rai, che oggi più che mai si trova davanti a una sfida.

La Rai, oggi come oggi, ha davanti un'opportunità enorme, quella di ridare dignità alla comunicazione. Anche in questo caso abbiamo fatto avariare la comunicazione e alla Rai spetta il ruolo di tornare ad essere un guardiano della cultura e creare una nuova alfabetizzazione emotiva e comunicativa.