La fiction con Luca Argentero ‘DOC – Nelle tue mani‘, in onda su Rai1 a partire da giovedì 26 marzo, è ispirata a una storia vera: quella di Pierdante Piccioni. La sua vita è divisa in due parti. Il 31 maggio 2013 segna un prima e un dopo. Prima di quel giorno era il direttore dell'Unità operativa di pronto soccorso dell'ospedale di Lodi, consulente del Ministero della Salute, membro del direttivo dell'Academy of Emergency Medicine and Care, autoritario, professionale e distaccato con i pazienti. Poi tutto cambia.

Nell'ultimo giorno di maggio del 2013, Pierdante Piccioni ha un terribile incidente sulla tangenziale di Pavia. Viene trasportato in ospedale. Alle 2 del pomeriggio, una manciata di ore dopo l'impatto, si risveglia dal coma e non si riconosce più. Diverse lesioni cerebrali hanno causato un'amnesia. Gli ultimi 12 anni della sua vita sono stati cancellati. Piccioni è convinto che sia il 25 ottobre del 2001. Ricorda di avere appena accompagnato il figlio di 8 anni a scuola e di averlo aiutato a portare in classe pizzette e pasticcini per festeggiare il suo compleanno. È certo che in Italia ci sia ancora la Lira e ignora i progressi della tecnologia. Le persone che aveva salutato quella mattina, ora appaiono ai suoi occhi come invecchiate di colpo. Per lui è un trauma scoprire che i suoi due "bambini" hanno 23 e 20 anni, che sua madre non è andata a trovarlo in ospedale perché è morta tre anni prima, che in Italia c'è l'Euro e l'avvento dei social network ha cambiato tutto.

Fanpage.it ha intervistato Pierdante Piccioni, attualmente in prima linea nell'emergenza Coronavirus. Nell'ospedale di Lodi, lavora ogni giorno dalle 07:00 alle 21:30 presso l'unità di Integrazione Ospedale Territorio e Appropriatezza della Cronicità e si occupa dei pazienti positivi al Covid-19 e che stanno guarendo. Della sua storia, raccontata nel libro ‘Meno 12', ha detto: "Veniva reputata impossibile da credere. Poi sono venute fuori le lesioni. Quei mesi in cui sono stato trattato da demente e impostore li ricordo purtroppo".

Quando i suoi figli sono venuti a trovarla in ospedale non li ha riconosciuti. Si aspettava due bambini di 8 e 11 anni, ma si è ritrovato davanti due ragazzi di 23 e 20 anni.

Quando mi hanno detto: "Vuoi vedere i tuoi figli?", ho pensato: "Questi sono matti, fanno vedere a due bambini piccoli il papà col catetere?". E poi sono entrati due giganti con la barba. Ho detto: "Si saranno sbagliati, saranno i figli di qualcun altro. Non sono i miei bambini". Non è che io lo facessi apposta, ma non sapevo chi fossero. Temevo anche che i miei bambini fossero morti nell'incidente e non volessero dirmelo.

Da padre, cosa ha provato nel non riconoscere i suoi stessi figli?

Quando mi sono immedesimato in un figlio che si sente dire dal padre: "Ma tu chi sei?", qualche senso di colpa è saltato fuori. Me ne sono pentito.

È come se pur essendoci stato, si fosse perso la loro crescita…

Assolutamente sì, mi sono perso tutta l'adolescenza dei miei figli.

Siete riusciti a ricostruire un rapporto?

Sì, ma ci abbiamo messo un po' di anni. Quando ho capito che i figli non sono i sogni dei papà e loro hanno capito che non ero più quello di prima, ci siamo accordati un'ottava sotto ma senza stonare. Con equilibrio e col tempo, siamo riusciti a ritrovare un rapporto. Hanno superato il dramma di un papà che non li riconosceva e a cui all'inizio stavano anche sulle scatole. Io ho imparato ad accettarli per quello che sono e a vedere i loro aspetti positivi. Sono fiero di loro.

Con sua moglie è stato più facile?

Sì, sono uno dei pochi che ha avuto la fortuna di tradire la propria moglie con la propria moglie (ride, ndr). Per me, dopo l'incidente, era tutta un'altra persona. E mi è ripiaciuta.

Come le appariva dopo l'incidente?

Mia moglie e tanti amici mi apparivano invecchiati. Di uno di loro pensavo: "Ma porca miseria, l'ho visto solo qualche mese fa e ora ha perso i capelli, è ingrassato". Ovviamente lo ricordavo com'era 12 anni prima. Mia moglie aveva i capelli corti, più rughe, aveva cambiato occhiali, mi chiedevo come fosse possibile.

Immagino l'abbiano adorata quando diceva a tutti di vederli invecchiati…

(Ride, ndr) Al momento mica tanto. Ma vede, il problema era un altro.

Quale?

Tutti mi ricordavano per quello che ero, mentre questa esperienza ha creato un Pierdante Piccioni diverso.

Un po' come Andrea Fanti, il personaggio a lei ispirato, che prima dell'accaduto è un medico autoritario con i pazienti e poi impara a empatizzare con loro.

Esattamente. Ovviamente Andrea Fanti è un po' più eccessivo, ma è uno duro nei rapporti con i pazienti. Luca Argentero è bravissimo a rappresentarmi. C'è una scena in cui dice: "Il medico sono io e tu fai quello che dico". Io ero un po' così. Ora, invece, ho imparato ad ascoltare, a condividere, a entrare in empatia con i pazienti.

Come ha fatto a recuperare i ricordi perduti che aveva con sua moglie e con i suoi figli?

Di mio non ho recuperato niente. Purtroppo dopo l'incidente, sono saltate fuori delle lesioni in varie aree del cervello, dovute al trauma, che probabilmente sono connesse alla memoria a lungo termine. Attraverso fotografie e racconti ho recuperato la memoria che gli altri hanno di me. Ma sono i ricordi degli altri. Il problema sono le emozioni. Cosa ho provato io?

Quali sono i ricordi che più le dispiace di aver perso?

Tutti. Però mi piacerebbe sapere che papà sono stato. Inoltre, dopo l'incidente, mi hanno messo in rianimazione. Quando sono uscito dalla rianimazione ho chiesto: "Come mai i miei genitori non sono ancora venuti a trovarmi?". Ho visto un po' di perplessità, poi mia moglie mi ha detto: "Tua mamma è morta tre anni fa". Ho risposto: "Ma sei impazzita?". Per me non solo era viva, ma come tutte le mamme era colei che comandava la famiglia. Ecco, io non ricordo più cosa ho provato quando è morta mia madre. Chi me lo restituisce?

Cosa ne è stato delle amicizie costruite dopo il 25 ottobre 2001? Le ha completamente rimosse?

Sì, infatti con i miei collaboratori di quando ero primario a Lodi, ho preso l'abitudine di scrivermi su un foglio ‘Chi sei, come ti chiami e che rapporto avevamo'. C'erano persone che mi dicevano: "Ma come, non mi riconosci?", piangevano e scappavano. E io non capivo.

In qualche modo, si è ritrovato a dover credere al racconto di persone che si dicevano amiche ma le sembravano estranee.

Le dico un aneddoto. Due persone sono venute a dire che dovevo loro dei soldi. Erano sciacalli. Ho detto: "Documentatemelo e ve li restituisco". Chiaramente non sono più tornati.

C'è una spiegazione scientifica al fatto che i suoi ricordi si siano fermati proprio al giorno del compleanno di suo figlio?

No, così come non c'è una spiegazione scientifica al fatto che abbia dimenticato proprio gli ultimi 12 anni. Nella mia esperienza, conoscendo altri casi come il mio, ho trovato persone che sono state in coma sei mesi e hanno perso 1 anno di memoria, persone che sono state in coma 1 mese e hanno perso 21 anni. Non c'è una correlazione tra durata del coma e durata dell'amnesia. Tenga poi presente una cosa.

Mi dica.

Il mio ultimo ricordo è il 25 ottobre del 2001, ma ho scoperto di avere altri buchi di memoria prima di quella data. Non c'è una cesura netta tra prima e dopo.

Cosa ha imparato sulla vita da questi 12 anni perduti?

A trasformare la rabbia in risorsa e a capire che la comunicazione è tutto. L'empatia, saper ascoltare, è la cosa più importante. Essere stato ed essere tuttora un paziente, ha cambiato completamente il mio modo di fare il medico.

L'incidente, dunque, le ha lasciato altri strascichi oltre alla perdita di memoria?

Oltre a quel buco di 12 anni, sono costretto a fare degli allenamenti giornalieri perché l'incidente mi ha creato problemi fisici. Per essere chiari, zoppico da una gamba.

Da giovedì 26 marzo, approderà su Rai1 la fiction ‘Doc – Nelle tue mani‘. Luca Argentero si è confrontato con lei per studiare il personaggio?

Altroché. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato a lungo. Abbiamo un ottimo rapporto, ci sentiamo anche per questioni estranee alla fiction. Spero che la serie ‘Doc – Nelle tue mani', possa dare agli spettatori quello di cui davvero abbiamo bisogno: speranza. Raccontare la storia di un uomo che non ha mai mollato, che davanti alle avversità ce l'ha fatta, può essere terapeutico. A me è servito per vincere i miei fantasmi. Spero possa servire anche a chi la guarda.

L'Italia è afflitta dall'emergenza Coronavirus. Lei è in prima linea in questa battaglia. Lavora al Pronto Soccorso di Lodi. Di cosa si occupa precisamente?

Il mio lavoro adesso consiste nel liberare i reparti pieni di pazienti risultati positivi al Covid-19 ma che stanno un po' meglio. Perché si guarisce dal Coronavirus, caspita se si guarisce. Li trasferiamo in altre strutture per fare posto a chi sta peggio e deve venire in Pronto Soccorso.

Lei non è più primario.

No, ho rinunciato a fare il primario del Pronto Soccorso per un altro servizio: occuparmi dei disabili e dei cronici, cioè di me stesso. Ho studiato per tornare a fare il medico, ma ho capito che potevo essere più utile per creare dei percorsi per i pazienti dopo il ricovero in ospedale.

C'è una storia a cui ha assistito in questi giorni di emergenza che l'ha colpita particolarmente?

La storia che mi ha toccato di più è stata la scelta di tre amici di infanzia, con la mamma anziana gravemente malata e positiva al Coronavirus. Uno dei tre fratelli stava sempre accanto a lei per assisterla e si è ammalato anche lui. Abbiamo deciso di seguirla a casa perché così è stato possibile per lei morire nel suo letto. Se l'avessero ricoverata, non l'avrebbero più vista. Chi è ricoverato adesso negli ospedali della Lombardia, non può ricevere visite da nessun parente e quando muore viene cremato. Poi ti consegnano il tuo caro in un'urna.

Un dramma nel dramma…

Sì, da qui la scelta: "Cosa è più importante? Che lei muoia nel suo letto con almeno un figlio accanto o che muoia da sola?". La scelta che abbiamo fatto è stata quella che morisse confortata dal figlio che si è sacrificato per la mamma.

E il ragazzo come sta?

Ora sta meglio. Siamo riusciti a curarlo bene anche a casa.

Attualmente qual è la situazione del sistema sanitario a Lodi?

Se gli italiani non stanno a casa e continuano a infettarsi, rischiano di mandare il sistema sanitario al collasso. Al momento, seppure con difficoltà, ce la facciamo ancora a curare tutti, basta che non continuino ad arrivare col ritmo di prima.

Spesso quest'emergenza sembra un tunnel infinito. Lei come la vede?

Io sono un prudente ottimista. Ce la possiamo fare se però ubbidiamo, se seguiamo le regole. Altrimenti non ce la facciamo.

Al momento non credo si possa ipotizzare quando l'emergenza finirà.

No, decisamente no. Neanche illuderci quando si registra qualche caso in meno. Sono ancora tanti. Per cui dobbiamo per forza aspettare. Non so chi possa, in maniere intelligente, dire di avere una previsione. Dobbiamo evitare il contagio e il contatto che lo genera. Punto. E la maggior parte degli italiani lo ha capito.

I medici sono un po' gli eroi di questi tempi…

Non solo i medici, ma anche gli infermieri e il personale sanitario. Sono sincero, però, a me non piace il termine ‘eroi'. Anch'io sono in prima linea. Ogni mattina ho paura. La sera temo di contagiare i miei cari quando torno a casa. Non sono un eroe, ho senso del dovere. Ho paura ma l'affronto con la testa. Chi la affronta con la pancia, è un codardo. Ci sono persone normali e codardi. Non c'è niente di soprannaturale in quello che facciamo. È il nostro dovere.

Quale sarà la prima cosa che farà quando l'emergenza sarà finita?

Abbracciare i miei figli. Anzi, i miei bambini.