21 Giugno 2021
09:25

Anna Foglietta è Franca Rampi in Alfredino: “Una donna che ha combattuto la pornografia del dolore”

Fanpage.it ha intervistato Anna Foglietta, che nella serie Alfredino – Una storia italiana, su Sky e NOW il 21 e 28 giugno, interpreta la mamma del bambino morto dopo la caduta in un pozzo a Vermicino, nel 1981. Un ruolo intenso con cui rende omaggio al coraggio e alla forza di Franca Rampi: “L’occasione per rielaborare finalmente un trauma collettivo”.
A cura di Valeria Morini

In onda il 21 e 28 giugno in prima serata su Sky Cinema e in streaming su NOW, Alfredino – Una storia italiana racconta uno dei più tragici fatti di cronaca dell'ultimo mezzo secolo nel nostro Paese: il dramma di Alfredo Rampi, che ad appena 6 anni nel giugno del 1981 cadde in un pozzo artesiano a Vermicino e morì dopo tre giorni di soccorsi. La miniserie Sky diretta da Marco Pontecorvo racconta con precisione e senza eccessi di melodramma sia la lunghissima e purtroppo inutile operazione di salvataggio da parte di vigili del fuoco, volontari e polizia (seguita da una diretta no stop in tv che segnò sostanzialmente la nascita della "tv del dolore"), sia quello è avvenuto dopo, ovvero la nascita del Centro Alfredo Rampi, fortemente voluto dai genitori del bambino e che costituisce il primo nucleo della Protezione civile come la conosciamo oggi. Abbiamo intervistato Anna Foglietta, che regala un'intensa interpretazione nei panni di Franca Rampi, la mamma di Alfredino. Nel cast anche Francesco Acquaroli (il comandante dei Vigili del fuoco Elveno Pastorelli), Vinicio Marchioni (il pompiere Nando Broglio), Luca Angeletti (il padre di Alfredo, Ferdinando Rampi), Beniamino Marcone (il vigile del fuoco Marco Faggioli), Giacomo Ferrara (lo speleologo Maurizio Monteleone), Valentina Romani (la geologa Laura Bortolani), Daniele La Leggia (lo speleologo Tullio Bernabei), Riccardo De Filippis (Angelo Licheri), Massimo Dapporto (Sandro Pertini), Kim Cherubini (Alfredino).

Calarsi nel personaggio di Franca Rampi penso sia stato emotivamente faticoso. Hai messo le tue ansie di mamma nel personaggio e pensi che il ruolo in qualche modo ha influenzato il tuo ruolo di mamma?

Questo no. L'attore è l'animale più generoso che esista sulla faccia della Terra, perché si espone a dolori, gioie e sofferenze in maniera esponenziale. Però come madre mi sono mantenuta equilibrata rispetto a questa vicenda, perché dovevo farlo. Era giusto interpretare il personaggio con tutto il cuore e la tecnica possibile, ma aprendo un po' di paracaduti. I primi dieci giorni sono stati i più complicati: non mi sentivo pronta, ho avuto paura di cadere nel transfert. Per fortuna questo pericolo è stato scongiurato, soprattutto grazie al regista Marco Pontecorvo, che ogni volta che mi vedeva giù mi ritirava su, e all'aiuto dei miei colleghi, con cui ci sono stati momenti di scambio e simpatia. Questa storia mi lascia soltanto arricchita, non addolorata o appesantita. Voglio ringraziare il cast di questo meraviglioso film, mi hanno protetto davvero come una sorella.

La serie insiste molto sull'operato della famiglia Rampi che ha dato vita a quella che poi è diventata la Protezione Civile. Hai avuto modo di incontrare la signora Rampi o altri personaggi coinvolti nella tragedia?

Non ho conosciuto la famiglia Rampi per volontà della famiglia stessa, che ho rispettato. Credo sia stato molto giusto così (la produzione ha parlato solo con i rappresentanti legali della famiglia, ndr). Abbiamo invece conosciuto i responsabili del Centro Alfredo Rampi per la protezione civile che sono stati molto utili per restituirci l'entusiasmo che c'è dietro l'organizzazione, nata proprio grazie alla volontà della famiglia Rampi, soprattutto della madre Franca. Il processo di creazione della Protezione Civile non sarebbe stato così veloce se non ci fosse stata la morte di Alfredo Rampi. Questo lo dimentichiamo, non lo sa nessuno. La funzione della serie è proprio far capire questo. La gente ha spento la tv dopo che Alfredo è stato dichiarato morto e nessuno ha voluto andare oltre, scoprire il lavoro fatto in 40 anni. La signora Rampi lo dice molto chiaramente: gli chiedono solo di Alfredo, del Centro Alfredo Rampi non interessa a nessuno. E questa è una cosa molto italiana: la morbosità rispetto al dolore degli altri, la pornografia del dolore, la spettacolarizzazione. Quando si tratta di andare un po' più a fondo, facciamo tutti un passo indietro e manifestiamo tutta la nostra meschinità.

Alfredino – Una storia italiana pone l'accento sul fenomeno mediatico che fu il dramma di Alfredino e soprattutto sulla morbosità del pubblico presente alla scena. I social hanno peggiorato insomma una realtà che forse si è manifestata per la prima volta proprio con questa storia.  

Cade una funivia, sappiamo che muoiono 14 persone, famiglie intere distrutte da quel lutto. Perché mi devi far vedere quel video? Quello non lo accetto, si va oltre l'umana comprensione. Dev'esserci una legge che tuteli il cittadino da questo. Discuto anche le associazioni che chiedono donazioni per minori e ne fanno vedere la sofferenza: c'è un un "velo" che va mantenuto, per proteggere soprattutto il bambino.

La famiglia di Alfredino ha approvato l'operazione?

Certo, l'operazione è nata per volontà della famiglia Rampi. Era la condizione sine qua non, non avrei mai fatto questo ruolo senza l'assoluta certezza che dietro ci fosse la volontà della famiglia.

La miniserie è molto fedele alla vicenda e racconta la cronaca quasi ora per ora. Com'era il clima sul set e com'è stato girare le scene di massa ai tempi della pandemia?

Questo è un kolossal, sul set c'era un dispendio di energie e mezzi enorme, con tantissime comparse. Avevamo un centro Covid per i tamponi che sembrava un campo profughi. È stato molto faticoso, il livello di concentrazione era altissimo. Ci siamo ritagliati momenti di gioco, di leggerezza, altrimenti sarebbe stato impossibile andare avanti per otto mesi. Il film è stato interrotto per il Covid e poi ripreso e ha avuto una lavorazione lunghissima. Credo che il risultato sia straordinario, per il modo in cui abbiamo deciso di raccontare questa storia.

Ho letto molti commenti di persone che non vogliono vedere Alfredino, semplicemente perché non vogliono rivivere lo strazio della diretta tv di 40 anni fa. Cosa ti senti di dire per consigliarne la visione?

Credo fortemente, com'è accaduto a me, che sia l'occasione per rielaborare finalmente un trauma collettivo, che si è consumato nel momento preciso in cui la televisione si è spenta. Ma c'è stato molto altro dopo e molto altro prima. Le persone non conoscono tutti gli aspetti emotivi e personali di tutti i coinvolti. Chiedo di vederlo per elaborare un trauma che ha colpito tutti e per vedere la straordinaria forza che c'è in questa donna, Franca Rampi.

I tuoi prossimi lavori sono film diretti da registe donne (Blackout Love di Francesca Marino e Io, trafficante di virus di Costanza Quatriglio). L'Italia è sempre stata un filo più inclusiva di Hollywood, ma c'è ancora margine di miglioramento per avere più registe donne e più attrici in ruoli over 40?

Eh il margine deve essere forte, perché peggio di così…! Le donne devono essere sempre più brave a proporre storie, a proporre loro stesse. Però è una fatica disumana. Sui ruoli over 40 trovi ancora ancora qualcosa, ma con gli over 50 è la moria delle vacche. Dobbiamo lottare, per me è un obiettivo. Ho cominciato anche a produrre per questo motivo (Il documentario Il Coraggio del Leone sulla Mostra di Venezia 2020, ndr).

Vorresti anche dirigere?

Conosco tante colleghe attrici che sono diventate registe capaci. Vorrei prima farmi dirigere da loro, non sento ancora questa esigenza. Mi piace molto scrivere, questo sì. Mi piacerebbe aiutare giovani registi, giovane attrici, fare scouting, per far ripartire questo sistema alla grande. Mancano le storie di donne di 40-50 anni, che poi è l'età più complessa per una donna: ci sono temi enormi (la menopausa, i rapporti di coppia) che non si è mai deciso di raccontare.

E per gli uomini è più facile avere ruoli Over.

Beh, certo. Siamo portate a pensare che dopo i 50 anni non valiamo più niente perché non possiamo più procreare, ce l'hanno inculcato dopo l'Inquisizione, da quando le donne erano considerate streghe. Dopo i 50 anni la donna era da buttare. Quando invece le donne di 50 anni hanno così tanta forza, potenza, lo vedo in tante mie amiche cinquantenni. 

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