La redazione di ‘Un giorno in pretura‘, tramite un lungo post pubblicato su Facebook, ha replicato alle accuse di Ilaria Cucchi. La sorella di Stefano Cucchi, per la cui morte sono stati condannati a dodici anni i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, ritiene che il programma di Rai3 abbia sposato la tesi della difesa degli imputati e durante la ricostruzione del processo, non abbia evidenziato a sufficienza la gravità delle lesioni causate dagli uomini in divisa sul corpo del fratello.

Le accuse di Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi, dopo avere assistito alla puntata di ‘Un giorno in pretura' dedicata al caso di suo fratello Stefano, ha espresso la sua indignazione sui social: "Un giorno in Pretura sposa i termini della difesa degli imputati chiedendosi, a chiusura della puntata: ‘Possono le percosse aver causato la morte di Stefano Cucchi? Lo stabilirà il giudizio di appello che farà maggiore chiarezza'. Questa è la legittima aspettativa degli imputati condannati. Quel che si dimentica di descrivere è quanto dicono i Periti nominati dalla Corte d'Assise: quelle percosse hanno provocato sul corpo di mio fratello lesioni gravissime che, se fosse sopravvissuto, ne avrebbero fatto un invalido di 31 anni. È stato detto nel processo. Una piccola svista".

La replica della redazione di ‘Un giorno in pretura'

La redazione di ‘Un giorno in pretura' è intervenuta su Facebook per chiarire la sua posizione. Il programma di Rai3 ha respinto le accuse di una presunta faziosità: "Naturalmente non fa mai piacere ricevere critiche negative, anche quando non sono di natura strettamente televisiva. Respingiamo però qualsiasi allusione o accusa di faziosità (o persino di ‘omertà'!). Non accettiamo che venga evocata una qualche connivenza con una parte del processo a scapito di un'altra". Quindi è stato rimarcato come in passato, ‘Un giorno in pretura' abbia dato ampio spazio al caso di Federico Aldrovandi e altri casi accomunati dal tema degli abusi "in divisa":

"Tutto questo testimonia della nostra particolare attenzione verso quei delitti che vengono imputati a chi abusa della propria autorità e tradisce la fiducia dei cittadini che dovrebbe tutelare. Nessuno ci obbliga a mettere sotto osservazione questo tipo di reati, che ci pongono anche in situazioni scomode. Naturalmente, come per ogni caso giudiziario, cerchiamo di dare spazio a tutte le parti. Se da trent’anni entriamo nelle aule di tribunale di tutta Italia è proprio perché ci è sempre stata riconosciuta una doverosa imparzialità".

L'accusa di avere omesso le perizie mediche

Quindi, la redazione ha replicato anche all'accusa di avere omesso le perizie mediche. Alcune scelte fatte nella narrazione del processo, sarebbero dovute alle regole del mezzo televisivo, che impone di restringere e raccontare una vicenda processuale durata anni in due ore e di renderla accessibile a tutti:

"Quanto all’accusa di aver colpevolmente omesso le perizie mediche: Un giorno in pretura deve sottostare alle regole del linguaggio televisivo, fare di un processo durato mesi o anni un racconto consequenziale di una o due ore. Non possiamo permetterci il lusso di essere enciclopedici, di aggiungere note a margine. Le perizie tecniche sono per definizione la parte meno raccontabile tramite il mero linguaggio televisivo, e nessuna testimonianza filmata può sostituire la lettura di un’intera perizia. Potevamo dedicare più di 3/4 minuti alle perizie mediche dei processi Cucchi? Forse. Avremmo potuto dedicarvi una decina di minuti? Naturalmente no. Ci saremmo ritrovati a parlare a un pubblico di soli medici, e questo non possiamo permettercelo, né ci sembra il modo migliore di fare servizio pubblico. Allo stesso modo, IN OGNI PROCESSO che trattiamo, siamo costretti a sintetizzare al massimo perizie complesse come quelle balistiche, per non ritrovarci a interessare solo gli ingegneri. È un limite fatale. Ciononostante, siamo convinti che in cento minuti di narrazione televisiva si possano descrivere i tratti salienti di un procedimento giudiziario, le sue tesi contrapposte, il clima psicologico e gli ambienti che lo caratterizzano".

Quindi, la redazione ha concluso: "Se questo lavoro non sempre riesce a soddisfare tutti, può essere dovuto a mille fattori, anche a errori da parte nostra, ma mai a prese di posizioni faziose, a scelte di campo aprioristiche o a losche connivenze. Magari dedotte da un post su Facebook, dal mero conteggio dei minuti dedicati a questo o quell’avvocato (come se automaticamente dedicare spazio a qualcuno significhi fargli un favore o perorarne la causa!), o persino dalla formula ‘vi daremo conto dell’appello' con cui l’Autrice chiude ogni puntata dedicata a un primo grado di giudizio. Il processo giudiziario è un luogo narrativo plurale, in cui non esiste una ‘voce della verità', ma tante voci in competizione, che noi con il nostro montaggio cerchiamo di rappresentare, mai di controllare o silenziare. Questo è il nostro metodo, e vi assicuriamo che ci sforziamo di applicarlo in tutti i casi".