È ormai assodato che uno spettacolo alla televisione ci faccia correre ad afferrare lo smartphone per parlarne e discuterne. Gli studiosi della televisione e del marketing lo chiamano il second screen, cioè quell'attività di commento in tempo reale rispetto a ciò che si sta guardando in televisione. E cioè quello che, in fondo, tiene ancora in vita tutta la struttura televisiva. Una struttura che ha capito che, per continuare a vivere, deve dare alla quarta parete qualcosa di cui parlare. Sempre. Solitamente questo prodotto della struttura è qualcosa di serializzato – che sia un format che ormai sta in piedi per inerzia o una nuova fiction – ma ieri, la magia: una commedia di Eduardo De Filippo – "la commedia": Natale in casa Cupiello. 

Come avevamo già scritto, a Napoli sono state settimane di tensione. L'idea che il caposaldo della drammaturgia eduardiana venisse scalfito da Sergio Castellitto nei panni di Luca Cupiello, ha lasciato fermentare un odio purissimo, un distillato di ferocia, una condensa di campanilismo. A nulla è servito il fatto che la quota borbonica fosse in qualche modo assicurata dalla regia di Edoardo De Angelis, dal resto del cast e dalla presenza di Marina Confalone – che pur nella compagnia di Eduardo ha vissuto e lavorato: al primo colpo di tosse del Castellitto Cupiello, il popolo di Napoli ha cominciato a chiedere soddisfazione. È stato un "Tutto Natale in casa Cupiello minuto per minuto": si sono raccontati vecchi aneddoti, si è gridato allo scempio, alla sconcezza – "queste sono cose veramente nuove!" – mentre c'è stato chi ha sbandierato la lettera di Natale del Tommasino originale come un vessillo: "Guarda la gamba, guarda! Guarda la gamba!". 

Sarebbe interessante conoscere il pensiero di chi è a corto di Eduardo, soprattutto il pensiero di quelli che "chiamano da fuori Napoli". Forse solo così riusciremo ad avere un giudizio pulito sull'operazione di Edoardo De Angelis e di Sergio Castellitto. Un punto di vista che sia scevro da qualsivoglia sentimento di paternale benevolenza o di ostinate occhiate che si costringono a rincorrere i tempi che furono. Ma la lezione di Eduardo, non me ne vogliano i conterranei, l'hanno capita meglio oltre le Alpi, oltre i Pirenei e oltre la Manica, finanche oltre l'Oceano Atlantico. Una lezione universale che sopravvive a chi le ha impartite e scritte. Universale, come un'emozione. Un'operazione di comprensione, mi rendo conto, che è troppo difficile da realizzare in second screen. Ed è troppo difficile da realizzare per noi napoletani che su Eduardo, così come su Maradona così come sul caffè così come sulla pizza, siamo ancorati alle nostre pietre di tufo e di zolfo, in uno stato di perenne emergenza, un bradisismo dell'anima – per citare un altro grande drammaturgo delle nostre parti, Manlio Santanelli. In Brasile hanno la saudade, noi il sentimentalismo. Non riusciamo più a uscire da Porta Nolana. E il dpcm, purtroppo, non c'entra.