La televisione come origine di tutti i mali. Ha fatto discutere molto la lettera pubblica contro la Tv di un docente che nei giorni scorsi ha riportato al centro del dibattito culturale il ruolo della televisione. La lettera identificava nella cosiddetta televisione "trash" e in alcuni conduttori (da Maria De Filippi ad Alfonso Signorini, da Barbara d'Urso ad Alessia Marcuzzi) i principali responsabili della decadenza culturale Italiana. Il docente si chiama Marco Galice, insegna italiano, storia e geografia alle medie e ci ha raccontato meglio il suo punto di vista.

Professore, lei vede tutti i giorni gli effetti di questa deformazione della Tv sui ragazzi?

Assolutamente sì, tutti i giorni e lo vedo da anni. È stato un consolidarsi di tanti atteggiamenti che descrivo in quella lettera e che parte da lontano. 

Io ho 33 anni e queste discussioni sulla Tv le sentivo fare ai miei docenti del liceo. Non trova che la tematica sia antistorica e che il vero problema contemporaneo siano internet e i social?

Sommariamente concordo con il fatto che oggi internet e i social suggestionino di più i ragazzi ed abbiano un potere maggiore in termini di modifica dei comportamenti. Tuttavia, dal mio punto di vista la genesi di questo decadentismo del terzo millennio risiede in quel genere di programmi. Una differenza c'è, perché internet è un fenomeno legato a dinamiche personali ed istintive, mentre programmi come quelli che ho citato sono studiati scientemente a tavolino per raggiungere certi obiettivi. Credo internet si sia adeguata a quel mondo, che ne sia una conseguenza e che sia chiaramente più influente per la facilità di accesso. 

Marco Galice
in foto: Marco Galice

La sua invettiva puntava il dito principalmente contro i programmi Mediaset. Non può essere un caso. 

La mia lettera non voleva essere troppo politicizzata, ma sicuramente il processo parte dalla Mediaset degli anni Ottanta che ha sdoganato certi comportamenti e una determinata rappresentazione della realtà. Dagli anni Duemila in poi c'è stata un'impennata, anche perché dal Drive In che nasceva per farci ridere, siamo passati a Uomini e Donne. Ci sarebbe molto da dire anche su come la Rai abbia seguito questo flusso e sia stata soggiogata da certe logiche.

Pasolini condannava l'effetto omologazione della Tv e il conseguente appiattimento delle realtà particolari. E lo fece molto prima dell'epopea Mediaset. 

Pasolini citava prevalentemente le responsabilità del mondo politico, ma partendo da un punto d'analisi comune, cioè i modelli che vengono imposti.

A polemiche come la sua si risponde spesso che c'è il telecomando e chi vuole può cambiare canale.

Molti trasferiscono la discussione sulla possibilità di cambiare canale, ma il problema non è quello, bensì capire cosa ritroviamo in televisione quando la accendiamo. Che poi si possa scegliere è chiaro, ma questa possibilità di scelta, per consapevolezza, non ce l'hanno tutti.  Io me la prendo con chi ha il potere di indirizzare un certo tipo di cultura e di modelli.

Crede che i conduttori che cita nella sua lettera siano pienamente consapevoli della potenza dei mezzi a loro disposizione?

È impossibile ipotizzare che produttori e conduttori non abbiano consapevolezza di tutto questo. Non stiamo parlando di prodotti locali, ma di professionisti che hanno una formazione e delle capacità indiscutibili, è impensabile che non abbiano contezza degli effetti di ciò che propongono. Si sa benissimo come accontentare il pubblico e si sa benissimo cosa faccia audience senza preoccuparsi degli effetti.

Si parla molto spesso in questo periodo di educazione all'utilizzo dei social. Mai invece mi pare si sia discusso di un'educazione alla fruizione della televisione. 

Sono pienamente d'accordo, è un dato di fatto che nessuno si sia mai posto il problema. Ma il perché è facile da intuire.

Cioè?

Mettere in discussione la capacità comunicativa ed educativa della televisione significherebbe far crollare un castello di sabbia, che peraltro produce profitti e lavoro. 

C'è anche chi ha risposto alla sua invettiva dicendo che non si possano guardare sempre e solo Quark e programmi di divulgazione scientifica. 

Nessuno dice questo, la necessità di svago però non può essere confusa con la distorsione dei modelli educativi. Io forse appartengo a una generazione precedente, ma quando parlo di Fantozzi non mi azzardo certo a parlare di comicità culturale, però certamente si tratta di una comicità che oltre a non essere volgare, induceva alla riflessione.

Però la storicizzazione porta a guardare con un occhio nostalgico ed edulcorante a certe cose che un tempo, essendo di rottura, erano trattate con uguale ostilità. Lo stesso Fantozzi, che oggi è un'istituzione, al tempo attirò delle critiche. 

Questo è un fenomeno sociale e culturale che mi trova d'accordo e per effetto di un paradosso oggi rischiamo di guardare con nostalgia anche ai politici di Tangentopoli. Però qui abbiamo davanti una cartina tornasole che ci racconta il vuoto di valori dei ragazzi. Un fenomeno ricorrente che mi lascia interdetto è trovarmi sempre più spesso dei ragazzi che, alla domanda "cosa vorresti fare da grande?", non hanno niente da dire. Una cosa che 30 anni fa non accadeva assolutamente. Io credo che l'inconsistenza di ambizioni e obiettivi rappresenti l'inconsistenza di quel mondo che io provo a descrivere, il nulla cosmico che c'è dietro. 

Fra 20 o 30 anni, probabilmente, ci ritroveremo però a guardare al Grande Fratello come un fenomeno sociale. Ah no, aspetti, accade già adesso…

Non metto in dubbio che questa cosa accada e potrà accadere. Ma penso che se tra 30 anni ci porremo l'interrogativo del valore culturale di certi programmi è perché saremo drasticamente cambiati in peggio. Non c'è alcun motivo per andare a rivedere criticamente, magari in una accezione positiva, fenomeni di questo tipo. Vorrà dire che saremo in un'epoca in cui la situazione è degenerata. 

Lei guarda televisione? 

Non molta e credo che per trovare qualcosa di interessante, fatta eccezione per alcuni programmi di inchiesta, si debba andare alla seconda o alla terza serata. Guardo molte serie Tv, film già selezionati, piattaforme streming che usano tutti. Ma guardo anche programmi di svago e leggerezza. Mi capita spesso di vedere cose su Real Time e lo dico anche perché non vorrei passasse l'idea che i modelli educativi della Tv debbano corrispondere al programma di cultura e nozione. 

Se domani il ministero dell'istruzione decidesse di imporre la nuova materia di educazione alla Tv e ai social, come la prenderebbe?

Magari! Perché poi c'è tutto un problema di anacronismo tra i programmi scolastici e il mondo che c'è fuori, cose che spesso abitano due universi paralleli. Stiamo su programmi che sono ormai datati e ci sfugge completamente cosa accada fuori. Per fortuna l'articolo 33 della costituzione sulla libertà di insegnamento ci consente ancora di plasmare e modificare la didattica rispetto al mondo reale, ma va compreso che è difficilissimo. 

Il solo programma che sembra tenere i ragazzi davanti alla Tv in questo momento è Il Collegio. Lei lo ha visto? 

Ho avuto modo di guardarlo,  i ragazzi impazziscono per questo programma. Faccio fatica a capire cosa percepiscano e cosa a loro arrivi, se prevalga l'aspetto didattico e culturale del programma o, come temo, il ragazzino che manda a quel paese il professore. Il messaggio rischia di essere veicolato male anche per necessità televisive. Mi chiedo quale valore porti con sé ed è un programma che considero potenzialmente pericoloso perché non so se quello della prima serata sia il canale comunicativo adeguato.