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Fedez denuncia la Rai di censura
5 Maggio 2021
16:12

Sabina Guzzanti appoggia Fedez: “Ipocrisia su censura in Rai, tutti la subiscono e nessuno parla”

A una settimana dalla denuncia di Fedez che ha accusato la Rai di censura dal palco del Concertone del Primo Maggio, Fanpage.it ha raggiunto Sabina Guzzanti il cui programma, Raiot, in onda su Rai3 nel 2003, fu sospeso dopo appena una puntata. “Ci chiesero di registrare le puntate. Le avrebbero viste prima di valutare se metterle in onda. Rifiutai. Non ho più potuto lavorare in Rai”, racconta l’attrice.
A cura di Stefania Rocco
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Fedez denuncia la Rai di censura

La denuncia di Fedez che ha accusato la Rai di censura dal palco del Concertone del Primo Maggio è diventata un caso mediatico che ha investito il mondo della televisione, del giornalismo e della politica. Fedez ha aspramente criticato la rete. Ad alcuni dei suoi funzionari ha attribuito il tentativo di edulcorare il suo monologo, cercando di impedirgli di fare i nomi di quegli esponenti della Lega che hanno manifestato posizioni retrograde sul tema della libertà sessuale nell’ambito della discussione sull’approvazione del ddl Zan.

L’accusa di censura, negata dalla Rai, ha spinto Fedez a pubblicare la telefonata ricevuta prima di salire sul palco, telefonata nella quale gli si chiedeva di rivedere il contenuto del suo intervento. Un tema, quello delle accuse di censura mosse alla Rai, che trova un precedente nella storia professionale di Sabina Guzzanti. Era il 2003 quando Rai3 decise di sospendere Raiot – Armi di distrazione di massa, programma da lei ideato e condotto, dopo appena una puntata. Una scelta editoriale per tutelare l’azienda da eventuali conseguenze civili e penali, secondo le motivazioni della rete. Censura politica, secondo la Guzzanti. Da quel momento, salvo la breve partecipazione a La tv delle ragazze in occasione del ventennale, l’attrice non ha più lavorato in Rai. Fanpage.it l’ha raggiunta per un punto di vista sul caso generato dalla protesta di Fedez.

Dalla partecipazione di Fedez al Concertone del Primo Maggio è nato un caso. Condivide la posizione espressa dal rapper a proposito delle accuse di censura?

Lo condivido nel senso che mi è piaciuto molto il tono che ha avuto nella telefonata col funzionario Rai. Ho letto i commenti di chi scrive che Fedez può permetterselo. Certo, anch’io quando mi sono ribellata alla censura me lo potevo permettere. Però ce ne sono tanti che se lo possono permettere e non lo fanno. Quello che mi dispiace è l’enorme ipocrisia che c’è sulla censura in tv. Ogni volta che mi avvicino a qualcuno che lavora in Rai o che mi capita di fare qualche piccola partecipazione, qualunque collaboratore o lavoratore racconta di una censura impensabile, costante, del fatto che non si può più dire niente, ogni frase viene vagliata e non si riesce proprio più a lavorare. Qualsiasi cosa potrebbe offendere chissà chi. I livelli rasentano l’assurdità e nessuno dice niente.  Ed è passato quel principio che ho visto nascere – quello che non si tratti di censura ma di difesa di una linea editoriale – che, come ha detto giustamente Fedez, ti priva di un diritto costituzionale.

Cosa cambierà dopo la protesta di Fedez dal palco del Primo Maggio?

Sappiamo quello che valgono le bufere mediatiche, normalmente non portano a nulla se non a cambiamenti puramente formali. L’unica cosa che potrebbe aiutarci a uscire da questa situazione – che è grave perché non avere la libertà in televisione significa non averla nella mente, la televisione è l’unico nutrimento per la stragrande maggioranza degli italiani – è quello che ognuno difenda i suoi diritti costituzionali. Un po’ di dignità da parte di un po’ più di persone sarebbe sufficiente a risolvere la faccenda. Anche i giornalisti potrebbero. Quando c’è stato il caso Raiot era scandaloso che tutta la stampa fosse schierata a favore della censura, compresa la stampa di sinistra. Dicevano che non era censura, ma che il programma non faceva ridere. Contro l’evidenza dei fatti. Era tanto pretestuoso da risultare violento, tanto che ci ho fatto un documentario, “Viva Zapatero”. Anche lì non accadde niente, nonostante all’epoca avesse fatto tantissimo clamore. Il potere del singolo serve a fare la bufera mediatica ma non porta a niente. L’unica soluzione è che i giornalisti si uniscano.

Cosa accadde nel caso della sospensione di Raiot?

Era un programma registrato. Era venuto il direttore di rete Paolo Ruffini a vedere la registrazione la sera prima. A un certo punto se ne è andato con una strana faccia, gli avevo chiesto se andava tutto bene e mi aveva risposto di sì, che era solo un po’ stanco. Non fece alcun tipo di osservazione. Il giorno dopo ero al montaggio a finire di confezionare il programma, e ci arriva una telefonata. C’era Andrea Salerno che era il capostruttura e fu lui a darmi la comunicazione: il direttore aveva deciso che il programma non sarebbe andato in onda. Decidemmo quindi di fare una conferenza stampa per denunciare la faccenda. Ne nacque un polverone per cui alla fine decisero di metterlo in onda con una dichiarazione in cui sostanzialmente dicevano che non si volevano macchiare di censura perché il pubblico avrebbe sicuramente bocciato il programma. Invece ottenne un ascolto che Rai3 non aveva mai fatto, il 18%. Dopodiché lo chiusero lo stesso, con il pretesto che metteva a rischio l’incolumità dell’azienda dopo che era stata annunciata una querela di Mediaset. Querela che era stata solo annunciata, quindi nemmeno ne avevano lette le motivazioni. E che venne archiviata immediatamente.

Dopo quella denuncia, 5 consiglieri Rai chiesero all’allora direttore Cattaneo che le successive puntate fossero registrate prima di essere trasmesse perché l’azienda potesse valutarle in maniera tale da difendersi da future conseguenze civili e penali. Il tema, quindi, era unicamente la tutela aziendale slegata da fatti politici?

In realtà erano già registrate. Loro volevano che le registrassimo una settimana prima, cosa che diventava impossibile. Come si fa a registrare un programma di satira una settimana prima? Dovevi dargli le cassette e loro avrebbero valutato se metterle in onda. Io avrei dovuto fare un programma senza nemmeno sapere se sarebbe stato trasmesso. Chiaramente gli dissi di no, né avrei accettato il controllo. Da quel momento, non ho più potuto lavorare in Rai.

Ci è tornata 15 anni dopo Raiot, con la Tv delle ragazze.

Non sono tornata in Rai. C’era il ventennale della Tv delle ragazze, è stata una cosa di un episodio. Ho fatto quattro puntate per un’occasione speciale. Sempre a proposito dell’ipocrisia nazionale, c'è una cosa che mi fa veramente ridere. Ogni volta che mi capita di andare a una conferenza stampa, quella della Tv delle ragazze oppure adesso che sono andata in Rai a fare promozione al mio libro, tutti che mi fanno la domanda: ma come mai non ti vediamo più in televisione? Lo sanno tutti perfettamente come mai. È lo stesso motivo per cui loro stessi sono obbligati a sottostare a mille regolette assurde e contro la legge, nel senso che nessuno avrebbe il diritto di imporle. Però è così. Nel caso di Raiot, la cosa che aveva dato davvero fastidio di quel programma, a parte la libertà generale di prendere in giro chiunque, da Vespa al Pd, era che si parlasse della legge Gasparri che stava per passare in parlamento senza che nessuno ne avesse discusso.

Cosa accadde di preciso?

L’opinione pubblica, all’epoca, non era stata coinvolta nella discussione sulla riforma delle frequenze televisive. Io invece ne avevo fatto il tema centrale del programma. E la gente aveva cominciato a chiedersi come mai ci si fosse ritrovati a parlare di questo argomento in un programma di satira e non nei programmi giornalisti. Non ne avevano sentito parlare nei programmi giornalistici perché lo avevano vietato. Questo fece scandalo e fece molto arrabbiare i giornalisti che si sentirono smascherati dal fatto di avere accettato di non parlare di qualcosa di cui avrebbero dovuto parlare.

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