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Roberto Zibetti è Massimo Bossetti nel film su Yara: “L’ho immaginato senza giudicarlo”

L’attore interpreta Massimo Bossetti nel film Yara”, diretto da Marco Tullio Giordana. In questa intervista a Fanpage.it Zibetti racconta il processo di costruzione di un personaggio noto a tutti, di cui si conosce fondamentalmente pochissimo: “Il mio compito non era valutare le contraddizioni, ma restituirle a chi guarderà il film”.
A cura di Andrea Parrella
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Arriva il 5 novembre su Netflix "Yara", il film di Marco Tullio Giordana che ricostruisce un doloroso caso di cronaca nera che ha profondamente segnato l'opinione pubblica negli ultimi anni. La vicenda dell'omicidio di Yara Gambirasio è stata ricostruita dal regista attraverso il racconto delle indagini che hanno portato a trovare in Massimo Bossetti il colpevole per la morte della ragazza di 13 anni. A prestare il volto a Bossetti nel film è Roberto Zibetti, che al suo secondo lavoro con Marco Tullio Giordana (era già accaduto con "I cento passi") si cimenta in un ruolo estremamente complesso e controverso, costruito sulla base di pochissimi elementi. Esperienza che ha raccontato in questa intervista a Fanpage.it.

Bossetti nell'immaginario è un'istantanea, un video di pochi secondi. Come si dà sostanza sullo schermo a un personaggio spolpato sì dall'opinione pubblica, ma di cui si sa così poco?

Quello di cui mi sono reso conto subito appena ho iniziato a lavorare al personaggio di Bossetti è che, mentre tutto il mondo parlava di lui e aveva di lui un'idea, non ci fosse alcun materiale diretto, a parte poche immagini al momento dell'arresto e qualche scatto successivo. Poteva essere un limite, ma in realtà è stato interessante, perché per creare un personaggio ciò che bisogna fare è immaginarsi il più possibile il contesto in cui è cresciuto e ha vissuto. 

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La voce, le espressioni, sono elementi essenziali per avere una traccia del personaggio che si interpreta.

La sola cosa rinvenuta è un audio in cui si sentiva un frammento di interrogatorio trafugato con la sua voce, che mi ha aiutato molto, ma quello linguistico è il livello di rifinitura del lavoro su un personaggio, per quanto il modo di parlare e la cadenza si portano dietro molto di una persona.

Cosa viene prima?

Ci sono essenzialmente tre livelli: emotivo, fisico e linguistico. Ho avuto modo di indagare tutto il fatto emotivo attraverso una serie di informazioni su di lui, immaginando cosa possa essergli capitato, anche ripercorrendo elementi della sua infanzia, dei luoghi in cui è cresciuto. Poi ho lavorato sull'attitudine fisica e infine, da quell'audio, ho provato a riprodurre nel modo più fedele possibile la calata linguistica di quelle zone. Purtroppo o per fortuna la nostra è sempre un'ipotesi di fantasia che esclude ogni tipo di giudizio effettivo, non è un lavoro di analisi o cronaca.

Ha dovuto combattere con dei pregiudizi verso il personaggio?

Per fortuna io non ho bisogno come attore di stabilire se ci sia o meno colpevolezza. Credo di essere passato, come tutti, da una possibilità all'altra in continuazione. Come dice il regista, "dio solo sa cos'è successo". Il mio compito non è valutare le contraddizioni, ma restituirle. La richiesta di Marco Tullio Giordana era che il personaggio fosse ambiguo, che il giudizio non andasse in una direzione né nell'altra.

È riuscito a renderlo un personaggio come un altro?

Devo dire che proprio questo suo essere ingombrante mi ha permesso di vivere il personaggio con empatia e, al contempo con distacco. Immedesimarsi completamente è impossibile, puoi cercare dei colori emotivi con cui riempire un disegno che ti è stato chiesto.

Cronaca nera, crimini. Come si riescono a raccontare queste storie senza sfociare nella pura morbosità?

Non è semplice, ma parte di questo mestiere. In Shakespeare ci sono vicende e fatti truci a cui bisogna essere capaci di dare corpo e realtà creandosi i colori in una forma di metafora. L'intensità dei colori che si riesce a mettere è una questione di elaborazione personale.

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Più che un cattivo classico, nel film lei dà forma a quello che è ritenuto un vero e proprio mostro. Non ha mai pensato a una ricaduta negativa del personaggio sulla carriera?

Tendenzialmente credo siano cose che non ci si debba chiedere nel momento in cui ci si trova in un contesto di qualità che vuole raccontare una storia terribile con discrezione, la giusta intelligenza e il tatto necessari. Il resto diventa un atto di fiducia nel regista e nel fatto che uno faccia le cose in base a come vengano e alla qualità dei progetti. Porsi una domanda del genere rischia di compromettere il lavoro stesso, creare un blocco.

Marco Tullio Giordana ha detto che gli attori devono essere capaci di "trasmettere come stazioni radio ipersensibili, al confine con la telepatia". Si è sentito parte di questo processo?

È un'immagine che rende bene ciò che lui chiede agli interpreti. Ho visto un film molto attento, intelligente, che ricostruisce attentamente il percorso della Pm che ha condotto le indagini e il processo della banca dati di Dna. Tutti gli attori credo recitino molto bene e sicuramente c'è un grande merito del regista che è capace di ottenere, anche con tempi abbastanza brevi, ciò di cui ha bisogno dagli attori.

Se avesse avuto la possibilità di parlare o conoscere Bossetti per lo studio del personaggio, lo avrebbe fatto?

La via interpretativa avrebbe seguito comunque una strada propria, un personaggio ricreato rispecchia sempre una fantasia dell'interprete. È chiaro che incontrare i modelli e le persone a cui ci si ispira può essere sempre funzionale al lavoro. Tuttavia in questo caso è stata fatta una scelta precisa rispetto a tutte le parti nell'avere un atteggiamento molto discreto. Ricordiamoci che parliamo di una materia che ha a che fare con la morte di una ragazzina di 13 anni che si affacciava alla vita in maniera molto piena e responsabile. Questo impone di avere un'attitudine molto attenta.

Roberto Zibetti fotografato da Roberta Krasnig
Roberto Zibetti fotografato da Roberta Krasnig
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