L'intervista di Renato Zero a Domenica In comincia con un inconveniente annunciato dalla stessa Venier durante la puntata, un "piccolo" ritardo di tre ore che l'artista spiega all'inizio del suo intervento: "Me volevate far venire qua alle 4 di notte". Il contrattempo ha determinato uno stravolgimento in corso d'opera della scaletta, costringendo gli autori ad anticipare l'intervista con Vanessa Incontrada. Senza polemiche, pare, perché il clima è divertito e cordiale, avendo i due un'amicizia di lungo corso che Zero rimarca, elogiando Mara Venier: "Tu sei sfuggevole, non ti si becca mai. Poi con tutti ‘sti mariti che hai avuto. Poi voglio dire che questa tua leggerezza ti permette di essere perdonata di tutto. Hai anche l'insolita capacità di conservare un ottimo rapporto con le persone con cui sei stata, questo denota una grande maturità". 

Il racconto della carriera di Renato Zero parte irrimediabilmente dagli inizi, quando l'artista romano, da un quartiere di borgata, scelse quel suo stile espressivo così eccentrico e irriverente. Scelta di cui spiega le ragioni profonde: "Mio padre era un poliziotto e, naturalmente, io non amavo molto la polizia al tempo, perché mi sottraeva mio padre e non riuscivo ad avere con lui un rapporto pieno e sincero. Ne soffrivo tantissimo. Molte volte papà arrestava questi miserabili e una settimana dopo le stesse persone gli offrivano il caffè. Io ho vendicato mio padre con le mie paillettes, un uomo che poteva diventare un grande tenore".

Il rapporto con il padre non è stato burrascoso, ma anzi Renato Zero ha avuto la fortuna di rapportarsi a un uomo che è stato in grado di capirlo e di sopportare i tanti imbarazzi che un figlio con quell'indole poteva provocare a un uomo delle forze dell'ordine: "Io andavo a finire sempre al commissariato di mio padre e ogni volta lui diceva "ancora qui?". Lui diceva con orgoglio ai colleghi che fossi suo figlio. Lui ha dovuto subire questa cosa, poi improvvisamente c'è stato un riscatto quando sono diventato Renato Zero, perché tutti gli chiedevano i biglietti gratis e lui sventolava con fierezza il biglietto comprato". Ma per Renato Zero è stata importante tutta la famiglia:

Gli anni in cui iniziavo a guardarmi dentro e intorno, erano anni in cui circolavano le droghe più pesanti, tra acidi e Lsd. E anche le compagnie non erano il massimo. Io vivevo in una casa con una famiglia ricca, meravigliosamente presente, era un parafulmine meraviglioso. Quando ho affrontato la vita col boa di struzzo – ogni volta che uscivo di casa mi facevo il segno della croce – lo facevo consapevole di avere questo grande punto di forza.

Breve passaggio anche in riferimento a Lucy Morante, di fatto la sola grande storia d'amore confermata ufficialmente dal cantante nel corso della sua vita. Ma sulla domanda riferita al matrimonio, il cantante nega categoricamente di avere mai preso in considerazione questa istituzione: "Di sposarmi non m'è mai venuto in mente. Ho avuto tante storie, ma non sono mai stato cliente di negozi che vendono bomboniere: ho scelto di sposare il mio pubblico".

L'immenso affetto del pubblico nei suoi confronti ha origini lontane, che risalgono soprattutto a quella sua immensa capacità umana nel riuscire a stabilire un'empatia con le persone: "Se tu non gli dai l'impressione di essere imperfetto, la gente non ti segue. Noi ci siamo tutti sdraiati sul nostro lettino, senza pagare alcun analista". Un rapporto alimentato soprattutto dalla sua voglia di capire, chiarire e chiarirsi singolarmente con chiunque esprimesse critiche, anche pesanti, nei suoi confronti:

Alla provocazione tornavo indietro e chiedevo se gli avessi fatto qualcosa di male in passato. Facevo questi discorsi di accomodamento, cercando di mediare. Questo atteggiamento nella borgata mi fruttò non solo comprensione di questi ragazzi, ma addirittura mi trovai gente che faceva servizio d'ordine ai primi concerti.

Renato Zero ammette di aver sfidato i pregiudizi, di averli provocati provocati, ne ha fatta una battaglia personale: "Strappare le persone al pre concetto è una guerra. Io tornavo a casa la sera stanco morto, ma era come essere riuscito in parte a vincerla, quella guerra. Il lavoro che ho fatto io, che è molto capillare, è essermeli curati uno ad uno. Questa è un'attitudine italiana secondo me inarrivabile, non la perdiamo".

Sulla sua vita privata, che ha sempre preservato nella convinzione che il morboso interesse per la sua sessualità e le sue scelte personali non meritassero attenzione, non può mancare un passaggio relativo al figlio, Roberto Anselmi Fiacchini, adottato nel 2003 e che lo ha reso nonno di due nipotine, Ada e Virginia:

Che mio figlio abbia questa vocazione al rischio è vero, ma gli voglio bene anche per quello. Quando adotti un figlio devi godere della fortuna di non imporre nulla a tuo figlio, né lui deve imporre nulla a te. C'è un equilibrio perfetto in questa situazione ed è un'esperienza che consiglio a tutti.