Se n'è andato Gigi Proietti, il più grande di tutti, il mito inattaccabile, lui che sapeva mettere insieme alto e basso rendendoli indistinguibili nella loro dignità. È morto l'attore che chiunque ricordava, per un motivo diverso, per quel Febbre da Cavallo di quasi 50 anni fa, l'aneddoto del Cavaliere bianco e il cavaliere nero, una barzelletta vista su Youtube per caso che non saremo mai in grado di ripetere allo stesso modo. Se n'è andato colui per cui abbiamo una scorta di ricordi sufficiente a resistere per i prossimi dieci anni.

È morto in un giorno anomalo, Proietti, quello dei suoi 80 anni. Ma soprattutto è morto nel tempo più difficile per la morte stessa, intesa come istituto ultimo della vita, che ha perso il suo primato assoluto nelle nostre esistenze. L'associazione potrà sembrare forzata, ma se questa mattina, nell'apprendere la notizia della scomparsa di un gigante, avete avvertito un pizzico di malessere in più determinato, oltre che dalla morte in sé, dall'impossibilità di un'adeguata celebrazione, non dovete sorprendervi. Tra gli effetti del Covid c'è quello di aver denudato i nostri usi e costumi, riti spogliati della sacralità che abbiamo loro attribuito. Sommersi dai numeri impietosi, travolti dai Dpcm, abbiamo assistito a un ribaltamento della tavola periodica che descrive le nostre emozioni indipendente dalla nostra volontà.

In questo inevitabile stravolgimento di priorità emerge, lampante, l'impoverimento del concetto di lutto. Stiamo modificando le regole d'ingaggio con la morte, derubricandola a un avvenimento che "ci sta" (Domenico Starnone scrive in questi giorni su Internazionale una considerazione interessante proprio sull'abuso che di recente facciamo, sempre di più, di questo intercalare che vuol dire tutto e non vuol dire niente). Non lo diciamo a voce alta, non lo ammettiamo serenamente, chi tra noi riconoscerebbe – se non a se stesso davanti a uno specchio e in assenza di testimoni – di aver ceduto all'impulso istintivo di ritenere più importante la propria sopravvivenza psicologica, espressa anche solo col gesto di andare al supermercato o bere quel caffè al bar, alla sopravvivenza altrui? Perché di questo si tratta, il declassamento della morte è uno degli effetti della logica stringente che dovrebbe regolare il nostro comportamento durante un'emergenza sanitaria come quella in cui ci troviamo: tu ti muovi e, senza saperlo, puoi indirettamente uccidere qualcuno.

È una specie di conflitto tra la libertà personale e la tutela della vita altrui che si risolve proprio con la normalizzazione della morte, fino a qualche mese fa disgrazia, sventura, oggi necessariamente una cosa che può accadere. La morte ci sta, appunto. Un ragionamento di autodifesa, consolatorio, che aiuta a sentirsi meno in colpa di quanto, potenzialmente, dovremmo.

E quindi si torna a Proietti, a quello che è stato e a come sarà ricordato, se sarà compianto come sarebbe accaduto se fosse scomparso in un periodo "favorevole" alla morte, quando era ancora una parola impronunciabile per il timore reverenziale provato nei suoi confronti. Sembra vincere l'amarezza, il rimpianto di un addio che avremmo voluto diverso, capace di garantirci il diritto alla sofferenza che ognuno di noi crede di avere, il "lasciatemi soffrire tranquillo" professato da Massimo Troisi. Ma alla fine prevale il sorriso, perché ci vuole classe anche ad andarsene così, a fare tantissimo rumore nonostante l'assordante brusio di fondo, a scherzare l'ineluttabile come fossimo in una barzelletta che, dopo un secondo di incredulo silenzio, prorompe in una grande risata del pubblico che somigli a un boato. Ciao Gigi.