L'arrivo di Doc – Nelle tue mani può segnare un momento significativo per la serialità televisiva in Italia. Il prodotto con Luca Argentero nel ruolo del dottor Fanti non ha colpito solo perché basato su una storia vera, quella di Pierdante Piccioni che a causa di un incidente subisce un'amnesia che gli fa perdere 12 anni esatti di memoria, ma per una svolta stilistica che è parsa molto vicina a serie Tv estere dallo stile riconoscibile.

In gergo si chiamano medical drama e sembrano il porto sicuro delle serialità televisiva, se consideriamo il successo planetario di titoli come E.R., Grey's Anatomy, Dr. House, Nip/Tuck, Scrubs o ancora i più recenti New Amsterdam e The Good Doctor. Sebbene la nostra serialità televisiva si ispiri spesso a quello che ci arriva dall'estero, in Italia il medical ha avuto meno fortuna di altri generi (poliziesco su tutti) per i quali la sofisticazione del linguaggio visivo e della scrittura ha attecchito da tempo.

A differenza di quanto si percepisce distintamente in "Doc", che attinge a piene mani dallo stile di serie Tv statunitensi (non nascondendo nemmeno delle esplicite citazioni), i titoli di casa nostra passati e recenti ambientati in corsia hanno spesso "volgarizzato" l'aspetto scientifico e utilizzato l'ospedale come uno sfondo per le vicende quotidiane dei protagonisti, un'ambientazione come le altre più che il fulcro attorno al quale si sviluppasse la narrazione. E infatti le fiction di genere più fortunate e significative della nostra storia rappresentano degli ibridi. Proviamo a ricordare le più significative.

Amico Mio

Siamo nel 1993, la serie trasmessa da Rai2 (la seconda stagione da Canale 5) ha come protagonista Massimo Dapporto nei panni del dottor Paolo Magri, primario del reparto di pediatria dell'ospedale San Carlo di Nancy di Roma. La fiction sensibilizza molto il telespettatore sul ruolo dei medici da un punto di vista etico, un senso del dovere che li spinge ad aiutare i pazienti non solo da un punto di vista clinico, ma anche assistenziale, familiare. È molto centrale il tema dell'iper-burocratizzazione della sanità, contro la quale i medici dell'ospedale si battono. Amico mio viene inoltre ricordata per il volto del piccolo Spillo, il bambino interpretato dal napoletano Adriano Pantaleo, reduce dal successo del film "Io speriamo che me la cavo".

La dottoressa Giò

Fiction Mediaset del 1997, segna certamente il ruolo più noto da attrice per Barbara d'Urso, che interpreta una ginecologa determinata e indipendente che ha ben chiara la sua idea di medico, impegnata a costruire con i pazienti un rapporto prima di tutto umano. Tra i suoi desideri c'è inoltre quello di costruirsi una famiglia. Un incidente, che le fa perdere un bambino, altera i piani, ma La dottoressa Giò non si arrende e continua a portare avanti le sue battaglie. Dopo due stagioni, nel 2019 la serie torna per un terzo capitolo a distanza di 20 anni.

Un Medico in Famiglia

Classificata tra i medical per la presenza della parola chiave nel titolo, ma in realtà tutt'altro che fiction di genere. Che è proprio il motivo per cui inseriamo Un Medico in famiglia in questa lista, così da far capire l'idea diluita che in Italia abbiamo sempre avuto del medical drama. La serie Tv con Giulio Scarpati forse uno dei titoli più fortunati della storia della televisione (10 stagioni e un cambio di protagonisti nel corso degli anni che non ne ha intaccato il successo). La narrazione ha il suo quartier generale a casa Martini, dove il capofamiglia, che ha da poco perso la moglie, è aiutato dal padre Libero (Lino Banfi) a portare avanti la baracca e crescere i figli di età diversa. L'argomento medico è essenzialmente un pretesto narrativo e lo si capisce ancor di più quando viene utilizzato per giustificare l'uscita dalla serie di Giulio Scarpati, con il suo personaggio che parte per la lontanissima Australia, dove si trasferisce per studiare una nuova cura per una rara malattia infantile.

Braccialetti Rossi

Facciamo un salto di più di 15 anni per arrivare a Braccialetti Rossi, serie teen trasmessa su Rai1 dal 2014, dall'enorme riscontro di pubblico. Racconta di un gruppo di adolescenti ricoverati in ospedale per ragioni diverse, uniti simbolicamente da un braccialetto rosso che ne denota l'appartenenza ad un gruppo. Grazie a questo legame i ragazzi si danno coraggio, trovando nella loro unione la forza di andare avanti. Il successo della serie si deve alla combinazione di due fattori: il primo è che guarda l'ospedale dal punto di vista del paziente, più che del medico; ha inoltre un enorme impatto dal punto di vista visivo, sdoganando l'immagine degli effetti della cura oncologica sui più giovani (il protagonista, Leo, non ha i capelli per effetto delle cure di un tumore).

L'Allieva

Ancora più recente è il caso de L'Allieva, serie di Rai 1 con Alessandra Mastronardi e Lino Guanciale, che trova la sua fortuna in una particolare combinazione di fattori, con l'unione dell'aspetto medico che si lega al poliziesco e alla commedia sentimentale. La protagonista Alice Allevi è una studentessa di medicina che risolve i dubbi sul suo futuro professionale scegliendo la medicina legale e analizzando il più delle volte i corpi di persone morte in modo misterioso. Questo aspetto si unisce all'intreccio sentimentale tra lei e il dottor Claudio Conforti, del quale si infatua e con cui si crea una forte intesa.

La Linea Verticale

Risale al 2018 l'uscita de La Linea Verticale, serie scritta e diretta da Mattia Torre che, risultato di un'analisi introspettiva dello stesso sceneggiatore e regista nel suo percorso di cura (Torre è poi morto nel 2019). Un prodotto, quello trasmesso da Rai 3, che dalla vicenda personale riesce ad offrire anche delle riflessioni sul sistema sanitario italiano e, più in generale, sulla classe medica. La serie con Valerio Mastandrea prescinde dalla tradizione italiana e si inscrive in una categoria a parte: il racconto autobiografico, misto all'approccio surreale ed ironico tipico di Torre, traccia i confini di un titolo che rappresenta un tassello importante nella storia dei medical drama italiani.

Medical Dimension

Questa serie non è mai esistita, se non nell'immaginazione dei creatori di Boris, la serie Tv che ha fatto luce, complice quel misto di ironia, cinismo e irriverente realismo, sui mali della produzione seriale italiana. E sebbene venga trattato solo per pochi episodi, è proprio grazie a Medical Dimension che si comprende perché il medical all'americana rappresenti da sempre una meta inarrivabile per la serialità italiana. La sgangherata produzione che sta dietro a Gli occhi del cuore, la soap che è al centro di Boris, vira su un prodotto "di qualità" puntando proprio sul fantomatico Medical Dimension, serie Tv immaginaria ambientata nelle corsie di un ospedale, in cui gli stessi attori "cani" della soap diretta da René Ferretti dovrebbero trasformarsi in interpreti credibili grazie a inquadrature elaborate e all'abbandono dello stile di luci approssimativo indicato con la frase in codice "apri tutto" (che sta a significare accendere tutte le luci, fregarsene, perché tanto il telespettatore nemmeno se ne accorge). Esperimento che naturalmente fallisce, convincendo dell'efficacia di un mantra insuperabile: "La qualità ci ha rotto il cazzo, viva la merda".