Succede in un pomeriggio, un banalissimo lunedì pomeriggio nel corso del quale ci troviamo costretti a dire addio, all'improvviso, agli anni Novanta. Lasciamo ad altri il coccodrillo a Luke Perry, l'elogio aprioristico della persona scomparsa, e proviamo a parlare di storia recente.

L'attore è morto a 52 anni, un ictus se l'è portato via, aprendo una enorme voragine emotiva in chi, volente o nolente, è stato accompagnato dall'immagine di quel ragazzo spavaldo, dall'espressione tronfia e per niente sorridente, l'auto sportiva e l'atteggiamento di chi avrebbe preferito non stare in qualunque posto si trovasse. Dylan McKay era più o meno questo.

Un'icona assoluta degli anni Novanta, un personaggio che ha fagocitato Luke Perry, al quale è riuscito impossibile sottrarsi all'eterno accostamento con quel riuscitissimo epigono di James Deen. Così dirompente quel fenomeno, da aver trovato spazio addirittura in un cinepanettone, giusto per ricordare come il concetto di popolarità sia riuscito a giustificare, negli anni Novanta, operazioni che definire fantasiose è poco.

Gli anni Novanta, dicevamo, nel cui pantheon è indispensabile la presenza di Dylan McKay. In una sequenza di immagini rappresentative di quegli anni la sua istantanea si staglierebbe tra le prime dieci. E un attimo prima, o subito dopo, in quello stesso collage ci troveremmo, urlante, Keith Flint.

Si completa così il lunedì di addio a un decennio strano, anomalo, privo di grandi punti di riferimento culturali definiti e scolpiti nell'immaginario collettivo, con la notizia mattutina della morte del leader dei Prodigy , altro personaggio simbolo, a modo suo, di una decade sempre più prossima a perdere la dicitura di passato recente. Il mainstream della serie televisiva più popolare di sempre e la scena musicale più estrema e alternativa, fusi in un unico lutto generazionale. Perché la morte è capace soprattutto di questo e perché i ricordi, di qualunque estrazione, non sono che un ammasso indefinito di emozioni.