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12 Settembre 2021
21:03

La storia di Walter Bonatti e Rossana Podestà, Vicario: “Lui morì pronunciando il nome di mia madre”

Sul tetto del mondo racconta la vera storia di Walter Bonatti e Rossana Podestà: dall’amore che li legò per 30 anni alla lotta dell’alpinista perché emergesse la verità sulla spedizione del K2 del 1954. Stefano Vicario, regista della docufiction e figlio dell’attrice, ha raccontato a Fanpage.it tutti i dettagli di questa grande storia d’amore: “Prima di morire, Bonatti chiamava il nome di mia madre, ma non gliela fecero vedere perché non erano sposati. La spedizione del K2? Fu di fatto un tentato omicidio”.
A cura di Daniela Seclì
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Sul tetto del mondo: la storia d’amore tra Walter Bonatti e Rossana Podestà
Sul tetto del mondo: la storia d’amore tra Walter Bonatti e Rossana Podestà

Alla vigilia del decennale della morte di Walter Bonatti, avvenuta il 13 settembre 2011, Rai1 gli rende omaggio con la docufiction Sul tetto del mondo, che racconta la straordinaria storia d'amore tra l'alpinista ed esploratore e l'attrice Rossana Podestà. Nella trama verrà concesso ampio spazio anche alla controversa spedizione del K2, dove Bonatti non solo rischiò di perdere la vita, ma si vide costretto a lottare per difendersi dalle calunnie sul suo conto. A impreziosire il progetto, la cura nella scelta delle location. Gli spettatori, infatti, vedranno i veri luoghi dove si è sviluppata la relazione tra Bonatti e Podestà, come la casa dell'attrice all'Argentario. Mentre il K2 è stato ovviamente ricostruito. A dirigere la docufiction con Alessio Boni e Nicole Grimaudo, il regista Stefano Vicario, figlio di Rossana Podestà, che ha raccontato a Fanpage.it tutti i dettagli di questo grande amore.

La storia vera di Walter Bonatti, il Re delle Alpi

Walter Bonatti è nato il 22 giugno 1930. Ha avuto un'infanzia molto difficile. I suoi genitori si videro costretti ad affidarlo agli zii perché non potevano mantenerlo. Poi la tragica morte della madre per la quale l'alpinista si sentì a lungo in colpa. Dopo aver scalato il Grand Capucin, nel 1951, la città di Monza festeggiò la sua impresa e mentre gli appuntavano una medaglia d'oro sul petto, la madre ebbe un malore a causa della grande emozione provata. Morì poche ore dopo: "Ebbe un infarto. È morta davanti ai suoi occhi. È terribile. Dopo aver vissuto tutti questi abbandoni, la montagna è stata per lui un modo per dimenticare". Vicario ricorda come Walter Bonatti fosse impacciato nel traffico cittadino quanto a suo agio in mezzo alla natura:

"Nella dimensione cittadina era fuori luogo. Guidava malissimo. Andare in macchina con lui era un'esperienza da film horror, faceva dei casini terrificanti. Però, appena lo mettevi in un posto dove c'era un filo d'erba, un albero o una roccia, cambiava. Diventava una persona che acquistava una forza e una capacità di relazionarsi con la natura che lo circondava, impressionanti. Saltava da due metri di distanza su uno sperone di roccia e ci restava perfettamente in equilibrio sopra. Senza nessuna esitazione".

La verità sulla spedizione del K2 e le controversie

"Walter Bonatti ha visto la morte in faccia. Spesso aveva gli incubi e di notte lanciava delle urla cariche di angoscia": a causare questi incubi anche il ricordo della spedizione del K2. Aveva 24 anni quando partecipò all'impresa guidata da Ardito Desio, che permise a Lino Lacedelli e Achille Compagnoni di raggiungere la vetta. La spedizione fu funestata dalle polemiche. Bonatti venne accusato di avere tentato di raggiungere la cima al posto dei compagni incaricati a farlo e di avere consumato l'ossigeno a loro riservato. Al contrario, l'alpinista sostenne di essere stato abbandonato nella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, nella zona della morte a -50° gradi di temperatura: "Quella notte sul K2, io dovevo morire. Il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso soltanto da me".

L'amore tra Walter Bonatti e Rossana Podestà raccontato da Vicario

Rossana Podestà e Walter Bonatti si sono conosciuti in un modo singolare. Le va di raccontarmelo?

Sì, mia madre leggeva con interesse i reportage di Walter su Epoca. Erano eccezionali. Lui si faceva portare con l'elicottero in posti incredibili quanto impervi, con pochi viveri e poche attrezzature e diceva: "Venite a prendermi tra venti giorni". Da lì doveva sopravvivere, con il rischio di non essere più ritrovato.

Così, in un'intervista, quando chiesero a sua madre con chi avrebbe voluto condividere il suo tempo su un'isola deserta, lei fece il nome di Bonatti.  

Lui lesse quell'intervista e le scrisse una lettera con una prosa un po' aulica, ottocentesca, pomposa e mia madre, che era una persona molto spiritosa, si fece un botto di risate. Però, poi, si sentirono al telefono e decisero di vedersi. Walter venne a Roma.

È vero che Bonatti sbagliò il luogo dell'incontro?

Sì, mia madre aspettò per un'ora davanti all'Ara Coeli e lui stava all'Altare della Patria. Stanca di aspettare, Rossana si incamminò verso casa e vide Bonatti mentre stava litigando con un vigile che gli chiedeva di spostarsi. Gli andò incontro e gli disse: "Ma che razza di esploratore sei, se non riesci neanche a trovare l'Ara Coeli a Roma". Così, cominciò la loro storia. Si presero e non si lasciarono più. Walter aveva 50 anni, mia madre 46.

Walter Bonatti e Rossana Podestà
Walter Bonatti e Rossana Podestà

Si donarono l'uno all'altra. Rossana Podestà si aprì ai viaggi avventurosi di Bonatti e Bonatti diventò parte della vostra famiglia.

Fu un percorso. Mia madre sapeva che la prima cosa da fare era andare incontro al mondo di Walter. Lei, grande lettrice, persona colta, che faceva il cinema e non aveva mai fatto viaggi avventurosi, iniziò a seguire Walter e poi, pian piano, lo portò nella famiglia, lo abituò alla condivisione, al rispetto di certe abitudine e alla sopportazione dei ragazzini (ride, ndr).

Non c'erano incrinature in questa storia d'amore?

Certo, c'erano anche discussioni accese. Walter non mollava perché era un tipo tosto e mia madre lo era altrettanto, nella sua maniera dolce e inclusiva ma irremovibile. Aveva carattere, non era una vestale, un'ancella di Walter. Quando Walter faceva caz**te o rompeva i cog**oni, gli diceva: "Ora basta".

Nonostante abbiano condiviso un amore lungo 30 anni, Rossana e Walter non hanno mai avvertito la necessità di sposarsi?

Sia mia madre che Walter erano già stati sposati una volta. Quasi scaramanticamente non l'hanno rifatto. E poi, non gliene fregava niente, non pensavano di dover passare attraverso quell'ufficialità.

Quando sua madre venne a sapere che Bonatti aveva un cancro al pancreas allo stadio terminale, decise di non dirglielo. 

Fu una scelta dolorosissima. Mia madre era una persona che si prendeva molta cura degli altri, ha deciso di portare questa sofferenza solo sulle sue spalle. È stata dura. Lo ha fatto perché sapeva che era una malattia fulminante, non c'era niente da fare. A Walter mancava pochissimo da vivere. La diagnosi è arrivata a giugno ed è morto a settembre del 2011.

È vero che quando Bonatti venne ricoverato, non permisero a Rossana Podestà di fargli visita perché non erano sposati?

Sì, era una clinica cattolica. Una cosa senza senso. Eravamo lì tutti quanti, Walter era entrato in fase pre-agonica, mia madre si è precipitata in terapia intensiva e l'hanno cacciata via. Un medico le disse: "Chi è lei? Non è parente e non siete sposati. Non può entrare". Walter chiamava mia madre e lei non c'era. È stata una cosa che l'ha devastata. Un gesto simile da parte di un medico e soprattutto cattolico che dovrebbe rappresentare valori come la carità…

Dopo la morte di Walter Bonatti, l'attrice come affrontò la sua assenza?

Chiudendosi in casa a Dubino, in provincia di Sondrio, dove lei e Walter avevano costruito il loro nido. Io e mio fratello sapevamo che non gli sarebbe sopravvissuta. Per lei niente era più lo stesso. Non le andava di vivere senza di lui. Finì le cose che Bonatti non aveva fatto, sistemò il suo archivio, scrisse un libro su di lui, poi, due anni dopo è morta anche lei. Le hanno diagnosticato un tumore benigno al cervello, un meningioma. Non è sopravvissuta all'operazione.

I membri della spedizione al K2
I membri della spedizione al K2

Nella docufiction si parlerà anche della spedizione del K2 e delle accuse da cui Bonatti dovette difendersi.

Sì, per Walter era diventata un'ossessione questa voglia di affermare la verità. Quando lo hanno preso per la spedizione aveva 24 anni. Serviva un ragazzo forte, robusto, dotato come lui. Considerava Desio come un padre e Lacedelli e Compagnoni come fratelli maggiori, ma lo hanno abbandonato. Non deve essere bello, quando si è a 8000 metri, sentirsi dire: "Torna giù" e non poterlo fare perché è notte e non ci vedi.

Immagino si riferisca alla notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, quando Bonatti e Amir Mahdi rimasero nella zona della morte senza alcun riparo, con temperature di -50°.

Sì, Mahdi era impazzito, si voleva buttare di sotto e Walter è riuscito a salvarlo. A Mahdi gli si erano congelate le dita delle mani e dei piedi che poi vennero amputate. Per cinquant'anni Bonatti ha lottato perché venisse alla luce la verità su quella spedizione. Ha subito un abbandono, un tentato omicidio di fatto, questo è, da parte di compagni che considerava fratelli maggiori se non padri, che l'hanno mollato nella neve a morire, a 8000 metri di quota. Lo infangarono dicendo che per ambizione aveva tentato di precedere i compagni per arrivare lui in vetta e che aveva consumato l'ossigeno a loro destinato. Tutto smentito. Lottò per 50 anni per far valere la sua verità.

Perché ha deciso di puntare su Alessio Boni e Nicole Grimaudo per interpretare i protagonisti?

Sono una coppia perfetta. Hanno un'empatia sul lavoro che per me è stata una delizia. Sono due attori molto generosi. Anche nei momenti di pausa continuavano ad avere un dialogo sempre in maniera rispettosa, carina, professionale. È stato bello vedere questa empatia che poi si è trasferita nel racconto. Non assomigliano perfettamente a Bonatti e a mia madre. Secondo me, quando si coniuga finzione e repertorio, puntare su attori troppo somiglianti ai personaggi raccontati è controproducente.

Alessio Boni e Nicole Grimaudo nella docufiction Sul tetto del mondo
Alessio Boni e Nicole Grimaudo nella docufiction Sul tetto del mondo

Qual è la lezione che sua madre e Walter Bonatti lasciano alle nuove generazioni?

Che non c'è limite alle possibilità di incontro tra due persone. Differenze d'età, di estrazione sociale, di formazione, di lingua, di religione, di etnia, non impediscono di comprendersi se uno ha voglia di aprirsi all'altro. Siamo talmente tanti su questo pianeta che se non ci si viene incontro diventa un problema. Rossana e Walter inizialmente erano due persone estremamente diverse, poi sono diventate una persona sola.

Cosa la aspetta nel suo futuro professionale?

A ottobre uscirà il mio primo romanzo, Il re degli stracci, edito da La Nave di Teseo. È una storia noir, il racconto di un barbone che fa l'investigatore. Ha il potere degli stracci. Quando si incrocia un barbone, istintivamente si distoglie lo sguardo. Lui ne fa la sua forza e sfrutta il suo essere "invisibile" per arrivare in posti dove gli altri non arriverebbero mai. È una storia seriale, siamo già in trattativa con una casa di produzione per i diritti. E poi c'è Sanremo, Che tempo che fa…insomma, un bel po' di progetti.

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