Per anni la generazione figlia dell'attacco alle Torri Gemelle ha sentito parlare di Oriana Fallaci come un personaggio capace di generare discussioni culturali di proporzioni internazionali, senza confine e senza che molti lettori e spettatori capissero le vere ragioni di questa diatriba culturale, del perché si parlasse (male) di lei. Che una fiction ispirata a questo personaggio abbia speso dieci minuti a stento per spiegarci come mai la Fallaci abbia fatto incazzare così tante persone (non solo Jovanotti e Sabina Guzzanti) negli ultimi suoi anni di vita e per quale motivo sia stata un personaggio così divisivo per il suo pensiero in merito all'Islam, è cosa che ha già il sapore del fallimento.

La sintesi è una virtù, il taglio no. Buona parte delle fiction Rai soffrono della seconda caratteristica e "L'Oriana", retrospettiva sbrigativa sulla vita della Fallaci andata in onda su Rai1, non è esente da questa colpa. Che si tratti di santi, politici, persone comuni assurte a simbolo di rilevanza sociale, di sportivi o sindacalisti, c'è una legge da cui a viale Mazzini non si può scappare: il sacro vincolo delle due puntate. Nel caso della fiction con Vittoria Puccini ad esempio, criticata in modo più che aspro dal pubblico, che l'ha definita uno scempio, questo eccesso di semplificazione sembra derivare più da una costrizione che da una concreta pochezza narrativa. Detta così sembra quasi un pregio, o comunque una giustificazione e, per la verità, lo è. Il giudizio deriva dall'impressione che, tutto sommato, alla base del progetto vi fosse un abbozzo di idea da perseguire. Vista la complessità del personaggio, con tutte le criticità e sfaccettature, nonché l'odio che è stata in grado di muovere nei suoi confronti, è naturale che non basterebbe un lungometraggio di sei ore per rendere in modo esaustivo e completo la figura della giornalista e scrittrice toscana. E infatti l'intenzione del regista Marco Turco di raccontare le gesta della donna, prima che della giornalista, come aveva dichiarato,  pur con il rischio di una svilente deriva romantica, rappresentava una chiave di lettura quantomeno lineare, anche se criticabile. Soprattutto, sarebbe stata una scelta registica affrontabile in un tempo così piccolo. Ma evidentemente è rimasto solo un proposito.
A rendere tutto più complesso sembra essere intervenuto quell'obbligo (perché questo sembra appunto, un obbligo) a raccontare un po' di tutto, nel rispetto dello schema Rai. Che sia un vincolo o una scelta, si tratta per certo di qualcosa che contamina completamente l'operazione, con il risultato finale che nessun aspetto venga realmente sviscerato nella sua interezza. Non il periodo della Resistenza, non quello del Vietnam, non quello della Grecia, orientato più sulla relazione con Panagulis che sul rendere l'idea di cosa accadesse. Inoltre delle ingenuità grottesche: nel mondo della Fallaci di Rai1 tutti parlano italiano, dai prigionieri vietnamiti ai camerieri dell'hotel di Saigon, passando per i militari americani, così che tutto diventa posticcio e poco convincente. Si dirà che fosse necessario per semplificazione e fruibilità, ma che la cosa tolga credibilità al prodotto è indubbio. Lo stesso racconto di tutta la propria vita che una Fallaci oramai anziana fa alla studentessa universitaria che ha scelto di fare una tesi sul giornalismo leggendo i suoi articoli (l'inaspettata metafora del passaggio del testimone!), è veramente un espediente narrativo di assoluta povertà. Perché raccontare tutto a parole, non lasciando il minimo spazio alle immagini? Perché non fare una scelta stilistica che scansi le didascalie?
Una risposta possibile è proprio la brevità. Quella che impone il racconto for dummies in un progetto che pareva poter dire qualcosa di interessante e che limita una protagonista, Vittoria Puccini (a parere personale molto lontana dall'essere stata indegna e vergognosa come molti hanno descritto). Resonconto: vedere L'Oriana e leggere la pagina Wikipedia dedicata alla Fallaci, ci immergono nell'inspiegabile e inebriante esperienza del deja vu.