L'entità della ricaduta che la scrittura e le idee di Mattia Torre hanno avuto – e avranno – sul mondo della televisione, sarà intuibile solo col tempo. Troppo giovane per una gloria ‘mainstream', ma già venerato dagli appassionati dei suoi lavori, lo scrittore e sceneggiatore è morto dopo una lunga malattia che aveva raccontato, mettendosi a nudo e trasferendo tutto il carico di emozioni ed esperienze vissute, ne "La Linea Verticale". Libro, poi divenuto una serie Tv per Rai3, in cui si racconta per l'appunto l'esperienza di un uomo, nella serie interpretato da Valerio Mastandrea, che si trova improvvisamente a dover fare i conti con un tumore. E scoprire, tramite il percorso di cura, tante cose di se stesso e tante altre cose delle dinamiche ospedaliere, del sistema sanitario nazionale italiano e, più in generale, del micromondo umano che caratterizza un reparto in cui si curano persone che combattono per evitare la morte.

La scena di apertura de "La Linea Verticale" racconta forse alla perfezione l'indole, lo stile e il modo di pensare che Torre ha trasmesso a chi ha letto e visto i lavori nati dalla sua penna. Una scena in cui descrive precisamente come si sarebbe immaginato il suo funerale dal primo momento in cui è stato costretto a iniziare a pensarci, ovvero quando ha scoperto di avere un tumore. Un monologo che non può non avere caratteri autobiografici molto marcati, semplicemente bellissimo per la capacità di saper condire di un raro sarcarmo un tema pesante, la morte, che spesso si tende ad affrontare come tabù. Specie se si tratta della propria. Riportiamo qui la trascrizione per intero, con il video che trovate in fondo all'articolo.

Appena ho saputo di essere malato, ho subito pensato al mio funerale, ho immaginato come doveva essere: doveva essere molto doloroso. Perché i funerali più riusciti, quelli che rimangono impressi nella memoria, sono quelli molto dolorosi. In questo senso andava subito escluso il funerale cattolico, perché il funerale cattolico non è abbastanza doloroso. Per la maggior parte del tempo non si capisce bene cosa il prete dica, legge dalla Bibbia parabole di dubbia presa sul pubblico, cita a vanvera episodi della sua infanzia, e poi quelle musiche di organo sono distraenti, uno inizia a pensare ai fatti propri e questo è sbagliato, perché i pensieri, le emozioni dei presenti dovrebbero convergere in un unico, straziante dolore.

Niente funerale cattolico quindi, e niente preti. Solo amici commossi che magari raccontino qualcosa sul defunto, qualcosa di intimo, di toccante, aneddoti, aneddoti mirati, sulla persona, sulle sue qualità che ora appaiono superlative, un santo praticamente, aneddoti talmente emozionanti che chi li ha scritti non riesce a leggerli, e scoppia a piangere perché il dolore è troppo forte; oppure anche divertenti, che uniscano cioè allo strazio quella nota comica che rende il dolore ancora più insopportabile – «amava la famiglia, gli amici, lo chardonnay» – e infatti tutti piangono a dirotto, questo è il mio funerale, nessuno che fuma fuori, no, tutti dentro, accalcati, c’è posto per tutti. Perché il funerale perfetto è importante che sia devastante anche fisicamente, devi uscire col mal di testa e la voglia di vomitare. Non devi quasi più avere voglia di vivere dopo un funerale veramente riuscito. Ti deve passare la voglia di stare con gli altri, la fiducia nel futuro, l’inclinazione al lavoro, l’appetito. Mentre dentro tutti continuano a piangere a boati, come se non ci fosse un domani.

"Hai presente quando sogni di morire per vedere chi verrà al tuo funerale", cantava Nicolò Fabi nella sua "Rosso", successo del 1997. Il monologo scritto da Torre per l'apertura de "La Linea Verticale" ci invita a un collegamento ipertestuale con un'altra opera, stavolta musicale, che ha affrontato lo stesso argomento da un punto di vista non molto dissimile.