Incontro Filippo Giardina in occasione di un open mic al Kestè, un piccolo locale di Napoli. Dicesi serate open mic quella in cui c'è un microfono sul palco e chiunque ha teoricamente facoltà di candidarsi a fare il suo monologo. Giardina, che nel 2009 ha fondato Satiriasi, un gruppo di comici che ha "portato in Italia la stand up comedy" rompendo gli schemi della comicità convenzionale, presenta i ragazzi esordienti che stanno partecipando a un workshop con lui.

Davanti a un tagliere di salumi e formaggi (un assist per la lobby dei vegani) mi dice la sua sullo stato dell'arte della comicità satirica in Italia, della stand up comedy e del rapporto tra comicità e televisione.

Partiamo dai recenti sviluppi. Netflix ha da poco annunciato i primi tre show di stand up comedy italiana, Edoardo Ferrario, Francesco De Carlo e Saverio Raimondo. Che ne pensi?

Penso che sia una cosa molto bella, ha permesso a un genere di nicchia di finire anche sulla stampa mainstream, è uscito un po' dalla bolla. Trovo importante che si sia partiti da Edoardo (Ferrario, il suo show è disponibile su Netflix dal 15 marzo, ndr) perché il suo è uno spettacolo molto pop e vedi che il linguaggio è proprio cambiato, in alcuni punti del monologo fa interi pezzi in inglese, c'è molta differenza tra un Brignano, un Siani e un Edoardo Ferrario […] ci stiamo tirando fuori dai nostri vincoli provinciali. Io penso che siamo veramente tra il vecchio e il nuovo, cambiano modelli e riferimenti.

Parliamo di comicità. Qual è lo stato dell'arte in Italia secondo te?

Siamo lontanissimi.

Intendi lontani da ciò che volevate fare voi di Satiriasi?

La nostra esperienza nasceva da un principio: un certo tipo di comicità Zelig/Colorado iniziava a mostrare la corda per cali di ascolti ed appeal. Sentivo che prima o poi si dovesse cominciare a parlare del reale, perché a Zelig il reale non si raccontava più, se c'era un omosessuale era una macchietta, le donne se c'erano dovevano essere brutte, non c'era un uomo di colore. Non si parlava mai di niente. Dall'altra parte c'era la satira impegnata che non faceva più ridere, perché era più importante fare controinformazione, come se il comico satirico dovesse essere un paladino della giustizia. 

La comicità dovrebbe essere altro?

In tutto il mondo la gente va nei comedy club espressamente per ridere. Qui in Italia mancava proprio questa realtà. Satiriasi nasceva per riempire questo vuoto. Abbiamo fatto cinque anni tra club e televisione con Comedy Central ("Stand Up Comedy", ndr) che è stato una specie di master in comicità. Quello che è rimasto di quell'esperienza, finita come tutte le cose, è purtroppo una diatriba senza senso tra che cosa è stand up e che cos'è cabaret.

Che quindi sono la stessa cosa?

Per ragioni di marketing in Satiriasi avevo detto che avremmo portato la stand up comedy in Italia. Ma era un modo per esistere, un tentativo di chiamare in modo diverso questa cosa. Di fatto noi facevamo satira, che però sembrava un po' "da sfigati" e ho pensato che stand up comedy potesse essere una strada, facendo riferimento al genere anglosassone. Nella sostanza, noi facciamo satira, parliamo in maniera critica della realtà. Una cosa che si fa da 2000 anni, ma che fanno in pochi.

Chiariamo la questione: cos'è la stand up comedy?

Stand up comedian è semplicemente la traduzione del termine cabarettista, non c'è alcuna differenza a livello di tipo di spettacolo. 

In Italia però ha preso piede l'idea che stand up comedy voglia dire linguaggio aggressivo, politicamente scorretto, temi scomodi.

Questa idea che la stand up comedy debba essere eccessiva, spaccare giù tutto, è un equivoco. Il problema è che ci si ferma a una definizione, dicendo che una cosa è o meno stand up comedy, quando in realtà bisognerebbe pensare: quella è buona comicità o no?

Quindi è il comico stesso ad abusare di un'etichetta?

Oggi, col delirio di Facebook e l'autopromozione totale, accade che alcuni dalla prima esibizione della loro vita – quindi dilettanti allo sbaraglio – già si definiscano stand up comedian. Persone che dalla stand up hanno preso solo la presunta libertà di parlare di stupri, sesso, l'eccesso verbale, non conoscendo tutta la parte del lavoro dietro le quinte, del confronto tra comici. C'è bisogno di responsabilità quando sali sul palco.

La comicità in televisione

Tutto è legato al mercato. Tu sei stato dal 2012 al 2017 costantemente in Tv, da "Stand Up Comedy" a "Nemico Pubblico", passando per "Sbandati". Adesso?

L'esperienza di "Sbandati" mi ha segnato molto. Chiamato per fare monologhi, mi dissero che bastava non dire parolacce e potevo fare ciò che volevo. Feci un monologo sul rapporto tra "Non è la Rai" e la pedofilia e la direttrice, tre giorni prima della messa in onda, disse di cancellarlo. Mi sono ritrovato per un anno a fare l'opinionista in Tv ed è stata tosta, non c'entravo niente. 

Dopo Ferrario, Raimondo e De Carlo, su Netflix potrebbe toccare a te. 

Io ho uno spettacolo pronto, l'ho registrato al Brancaccio, quindi aspetto solo che ci sia un interessamento. Inoltre ho appena finito di girare un documentario autoprodotto, intervistando 63 donne dai 18 agli 86 anni, preparando insieme a un pool di psicologi le domande: si tratta di un corso di recupero per uomini che non hanno mai ascoltato le donne. Poi continuo con i laboratori, un atto politico contro gli open mic. La comicità si è sempre basata sui laboratori. 

Daniele Luttazzi è pronto a tornare in Rai, Freccero nel parlare di stand up comedy su Rai2 fa solo il suo nome. Non ti pare assurdo che, nonostante realtà come la vostra, nel parlare di satira si finisca a citare un comico che non va in Tv da più di 10 anni?

Non lo vediamo in Tv e in serate dal vivo perché lui non vuole, perché ha rinunciato al mestiere. Ma fare solo il suo nome in relazione alla stand up comedy è un chiaro esempio di cialtronaggine. Le mie esperienze mi hanno portato a vedere la Tv come uno di quei luoghi in cui si fondono arroganza e incompetenza. Freccero vuole fare un programma comico e satirico? Mandasse qualcuno in giro per le realtà comiche italiane, si informasse contattando quelle poche agenzie che ci sono e mettesse su una cosa. In realtà non hanno voglia di fare niente, perché il discorso di scouting è fondamentale in qualsiasi operazione di programma comico si voglia fare. Lo Zelig nasceva così, da un localetto di viale Monza. 

Quanto influisce la politica sulla capacità (o incapacità) di accogliere nuove tendenze culturali?

La cosa che mi dispiace è che secondo me la sinistra è finita dove è finita anche perché non riesce più a intercettare nemmeno le tendenze culturali. Gregorio Paolini, un autore televisivo, una volta ci disse una cosa interessante: "Il problema vostro è che la destra non vi capisce e la sinistra pensa che voi siate di destra". In un momento storico di barbarie come quello che stiamo vivendo bisogna trovare un'altra via. Che è una via di sinistra, perché non c'ho un razzista o un omofobo tra il pubblico, anche se sul palco dico ‘frocio' e non ‘omosessuale'. Tutto quello che cerco di fare è legato all'apertura mentale mia e del pubblico che viene.

Quali sono le alternative alla televisione?

La televisione è in un momento particolare, perché mentre un tempo era necessaria, ora non lo è più. Io ho pubblicato uno spettacolo su Youtube pochi mesi fa ed ha più di 100mila visualizzazioni, il 45% circa delle persone l'ha visto dall'inizio alla fine. Rispetto al fare 300 o 400mila telespettatori in Tv che ti guardano mentre mangiano la pizza non è male. Io credo che la mia carriera debba ripercorrere quella di Gigi D'Alessio, che prima ha riempito il San Paolo e poi non lo hanno più potuto ignorare.