Mostrare ciò che non si vede. È questo il senso dell'operazione complessa in cui si è lanciato Federico Buffa con Pelé, forte di un'autorevolezza tale da potersi permettere di spingere sull'acceleratore. Sky Buffa racconta Pelé è un racconto in tre puntate che attraversa la carriera di una leggenda assoluta, senza l'ausilio di materiale visivo. Condizioni che costringono chi racconta a corteggiare i toni dell'epica, del racconto tramandato in forma orale. Di questo abbiamo parlato con lui, in un'intervista in cui questo storyteller invisibile, refrattario alla vita pubblica e ai social, svela anche i progetti per il suo futuro su Sky.

È evidente che per quel che riguarda la storia di Pelé ci sia una chiara scarsità di immagini a disposizione. Questa carenza quanto ha influito sulla costruzione del racconto?

Tantissimo, hai così poco materiale di qualità che la produzione ti dice, per la prima volta, che la parola deve prevalere sull'immagine. Nonostante questo segnalo che Sky ha fatto un lavoro eccezionale in termini di ripulitura delle immagini ed essendo stato girato in teatro tocca chiedere pazienza allo spettatore, trasportato in una storia che origina nell'endemica povertà del Brasile rurale degli anni '40. Devi sperare che l'esperanto del mondo chiamato football ti aiuti a catturare l'attenzione di qualcuno che sennò l'avrebbe già abbandonata da tempo. 

La tua immaginazione prevale sull'immagine, proprio in virtù della scarsità di cui sopra. Credi che il Pelé in te, il mito che ha preso forma nella tua testa, sia distante dall'uomo che precede il calciatore? 

Ho voluto sempre leggere cosa dicessero di lui quello che giocavano con lui e contro di lui, perché la completezza di quell'uomo non si è più rivista. Un a parte da tutto. Se consideriamo che il gioco moderno è stato immaginato da lui che ha avuto anche la possibilità di affacciarsi al balcone del calcio quando per la prima volta se ne vedevano le immagini, è incredibile. Sono scene che avranno anche 60 anni, ma quello che fa nella finale Intercontinentale contro il Benfica, in cui tratta i difensori della squadra più forte d'Europa esattamente come fossero quelli della Portuguesa, ti fa capire la grandezza del calciatore.

Ci stiamo abituando sempre di più a una visione sintetica del calcio. Youtube è pieno di collage di immagini, ma il rischio è trovarsi davanti a un best of (o un worst of). Tra il meglio e il peggio c'è del materiale che è la vita, la realtà. Mi pare esattamente ciò che tu provi ad esaltare con i tuoi racconti.

Questa osservazione è il centro della nostra conversazione. Di recente l'UEFA ha commissionato un'inchiesta con esiti sorprendenti e negativi: i ragazzi dai 13 ai 15 anni tendono a guardare il calcio solo per higlights e momenti salienti sul loro telefonino. C'è il rischio che questo diventi il calcio, che non ci sia nulla in mezzo tra quello che vedono e quello che è stato, ovvero una narrazione che gli permetta di entrare nel tempo in cui Pelé giocava e capire perché era quel tipo di giocatore. 

Con il racconto di Pelé vai in qualche modo a completare il pantheon dei miti del calcio. Lo hai fatto con Di Stefano, Maradona e poi Cruijff. Questo può rappresentare un punto d'arrivo nel tuo percorso con Sky, che quindi si avvii idealmente alla conclusione?

Sì, ma anche no. Durante la terza puntata io idealmente indico quei 4 evangelisti del gioco, assumendo che non possano considerarsi evangelisti i giocatori in attività ora. È vero, questi qui più o meno ho avuto il privilegio di raccontarli, ma io credo che più del giocatore sia interessante il tempo della storia che essi vivono. Adorerei raccontare gli anni '30 ma c'è un embargo su quelle storie, non essendoci immagini a disposizione. Eppure il calcio diventa ciò che è oggi in quegli anni, visto che sono i calciatori danubiani, costretti a lasciare l'Italia negli anni '30 per le normative dell'epoca, che tornano dopo come allenatori e segnano il calcio italiano: l'allenatore del Grande Torino è un ungherese, non a caso. In definitiva ci possono essere storie belle anche se il centro della storia non è uno dei primi giocatori al mondo. E infatti il prossimo progetto a cui stiamo pensando avrà queste caratteristiche. 

Inutile provare a chiederti di cosa parlerà.

A meno che tu non voglia farmi uccidere da quelli di Sky. 

Da napoletano classe '87 ho subito il mito di Maradona senza poterlo scegliere. Per Pelé tu hai avuto un'autonomia, una qualche parvenza di libertà nella scelta?

Fai conto che quando crescevo io i tuoi genitori non si conoscevano. Pelé a fine anni '50 diventa un'attrazione internazionale, il Santos gli fa giocare 40 amichevoli all'anno, 20 in Sud America e 20 in Europa. Quando crescevo io, nel '61, venne a giocare il "Torneo Italiano", prima partita contro la Juventus a Torino, con Sivori Pallone d'Oro: 2-0 per il Santos con un suo golazo da 25 metri. Poi viene a San Siro con 85mila persone e il suo Santos spazza via l'Inter, che aveva già molti difensori della grande Inter, facendo così scoppiare la Santos mania. Nell'Italia di allora tantissime squadre giovanili si chiamavano Santos. 

Lo stesso pallone dell'infanzia per eccellenza si chiama Super Santos. 

E perché credi che si chiami così? Deriva proprio da quella prima tournée italiana in cui tutti si chiesero: ma questo qua chi è?

Hai detto che non guardi mai in Tv le cose che hai fatto. Come mai?

Loro ti danno un tempo indicativo e io sbrodolo sempre. Non voglio nemmeno sapere cosa tolgano perché sono costole. Qualcuno mi chiede perché io non mi faccia mettere nel contratto la possibilità di avere maggiore autorità in sede produttiva, ma io sono contrario perché penso che a Sky facciano bene il loro lavoro e possa fidarmi di loro. Mi rendo conto, inoltre, che un prodotto televisivo non può essere nudo e crudo ma richiede una post produzione. In teatro invece è diverso, perché la mise en scène è già uno spettacolo finito e non ci sono post produzioni, io devo poter dire tutto quello che vorrei.