In un'ipotetica lista di personaggi che hanno spostato la percezione della narrazione televisiva, creando un modello di riferimento, Federico Buffa ha l'onere e l'onore di essere il primo a venire in mente. Fiore all'occhiello delle produzioni di Sky Sport dal 2014, torna in queste settimane con Sky Buffa Presenta (tutti i venerdì dal 29 maggio, alle 22.30 su Sky Sport Uno) , una serie di dieci documentari noti relativi a grandi storie di sport che il giornalista introduce e completa con un commento a posteriori dopo la messa in onda. Esperienza inedita che racconta a Fanpage.it in un'intervista che finisce inevitabilmente per toccare alcuni aspetti della sua vita privata che aiutano a capire meglio chi è Federico Buffa e cosa ci sia dietro quel carattere introverso, solitario e apparentemente schivo.

Sky Buffa Presenta è già nel titolo qualcosa di diverso rispetto al solito. Questa volta non racconti, sei un conduttore.

L'azienda voleva che questi documentari sportivi fossero il tramite tra un periodo in cui non c'erano competizioni sportive per il lockdown e la ripresa delle attività agonistiche. Mi hanno chiesto di fare una cosa diversa dall'abituale, ma non è soltanto una presentazione. Prima del film ho un'introduzione di un paio di minuti e a fine documentario è previsto un mio compendio in cui commento e posso fare riferimenti a quello che hanno visto, aggiungendo cose che non ci sono lì dentro.

Di questi dieci documentari che commenti, alcuni riguardano personaggi e temi che hai già trattato in passato e ai quali sei particolarmente legato, penso ad Ali e Maradona.

Ho provato a fare cose un po' diverse dal solito. Allo splendido documentario su Ali aggiungo del materiale assolutamente inedito trovato per il mio spettacolo, "A night in Kinshasa", si tratta della registrazione di una telefonata lunghissima tra lui e George Foreman, che reciterò. Per quel che riguarda Maradona, su cui è stato detto moltissimo, ho preso quello che secondo me è il più bell'articolo uscito su di lui ultimamente, pubblicato da El Pais, e lo declamo. 

Faciliti la visione di documentari che sono anche molto datati, come quello di Sandro Ciotti su Crujiff risalente agli anni '70.

Mi ha entusiasmato l'idea che si potesse vedere un documentario italiano del tempo con la cifra stilistica dei documentari di allora. L'italiano che parla Ciotti è una lingua incantevole, desueta già al tempo, che solo lui poteva permettersi, dotato com'era di un'erudizione molto superiore al lavoro che faceva. Mi sono chiesto come potesse un ragazzo di oggi vedere una cosa così lenta e io dico che è vero, a meno che non ci sia uno che gli chieda "chi ti piace dei giocatori di oggi? Messi? Ecco, quel modo di portare la palla con l'esterno viene da Crujiff". C'è bisogno di un interprete che induca a fare queste associazioni.

Lo sport manca da diversi mesi, eppure durante il lockdown sembra non essersi fermato, imponendosi nella chiave del ricordo. Si può dire definitivamente che è questa l'epica del nostro tempo?

Assolutamente sì. In questo periodo le persone hanno visto partite di vent'anni fa, che nello sport sono un'era geologica. Il problema è che non c'era nient'altro e non credo sia mai successo nell'era moderna che in tutto il mondo non ci fosse un singolo evento sportivo, nemmeno durante la guerra. Tutti siamo stati costretti a inventare un mondo preesistente.

Non sei su Facebook, Instagram, Twitter. Un'assenza quanto mai curiosa in questa era. Ritieni le opinioni personali sopravvalutate?

Le mie sicuramente sì. Ho una avversione istintiva nei confronti di questo mondo, la società costruita sui like e il problema della riconoscibilità. Questo eccesso etico e spesso estetico si dimentica del vero significato del pudore, ovvero della difesa della nostra intimità, che nelle mia interpretazione è difesa della mia libertà. Sono già ossessionato dall'idea di essere rintracciabile perché pago con una carta di credito in Nuova Zelanda. Sono fatto così, ho un riserbo naturale e non vorrei mai parlare di me.

Descrivi una quotidianità fuori dal tempo che viviamo, totalmente svincolata dagli strumenti che hanno cambiato la vita e i gesti.

Non ho uno smartphone e il mio cellulare è spesso spento. Non faccio vita mondana e, pur conoscendo molte persone, ne vedo pochissime.

C'è un perché?

Ci pensavo proprio in questi giorni: ero ancora al liceo classico e la prof di greco ci introdusse con una magnifica lezione a Epicuro, spiegandoci il concetto filosofico epicureo di lathe biosas, cioè il vivere nascosto. E io ricordo che a 15 anni ascoltai completamente rapito il concetto, decidendo che avrei voluto vivere così. La cifra della mia vita è questa e non l'ho mai cambiata.

Il rifiuto della mondanità, fisica e virtuale, non ti crea problemi in relazione al lavoro?

Fino al 2014 andava tutto bene, perché in fondo ero una voce in una nicchia. Una volta in video il mio vivere nascosto è stato messo un po' in difficoltà e, contestualmente, questa comunicazione così ossessiva e presenzialista mi escludeva. Io più che mai cercavo di nascondermi, non ho la predisposizione né psichica, né d'animo. 

La quarantena di molti è stata scandita da un uso smodato di chat, social e mezzi simili. A questo punto mi chiedo come l'abbia trascorsa tu.

Penso di non aver mai letto, imparato e visto tante cose interessanti come in questo periodo. Ma il paradosso è che si è trattato di una pandemia che avrei potuto vivere all'inizio degli anni Novanta esattamente alla stessa maniera. La sola differenza è un'offerta televisiva più ampia, ma il contesto sarebbe stato praticamente lo stesso.

Uno stile di vita che, al pari del lavoro che fai, è decisamente invidiabile. Ti ritieni un privilegiato?

La grande distinzione che crea un privilegio per l'essere umano è se la sua attività lavorativa sia identitaria o strumentale. Nel primo caso hai secondo me il privilegio per eccellenza. Nel secondo caso, se fai un lavoro che devi fare e in cui non metti un'emozione diversa come quella che metteresti all'interno di un contesto identitario, può essere un problema. Io penso di avere un privilegio enorme e forse sono molto chiuso nella mia vita perché tutto quello che faccio è identitario, sono legato alla vita che conduco.

Credo che la forza più grande dei tuoi racconti sia quella di individuare nelle storie delle zone d'ombra che nessuno aveva notato, spesso frutto di immaginazione. Il racconto è anche riscrittura?

La storia non la cambi, perché è quella lì, ma puoi cambiare il modo in cui una storia è scritta, prendendola da angolazioni diverse. C'è un libro di Bruno Arpaia (Il fantasma dei fatti, ndr) in cui immagina cosa avrebbero fatto se non fossero morti personaggi come Adriano Olivetti e Enrico Mattei. Ecco, credo che narrare sia anche questo, ipotizzare scenari. Mi piace dire che l'homo sapiens vince sull'uomo di Neanderthal quando si accorge di possedere una dote eccezionale: l'immaginazione. Nell'istante in cui riconosce questa sua straordinaria prerogativa, le storie vanno di conseguenza. 

Questa etichetta di narratore per eccellenza ti sta stretta?

Le storie ci sono sempre state, ci sono e ci saranno sempre. Su questo argomento del narratore, o storyteller che dir si voglia, sono del tutto indifferente e mi vedo come uno che racconta storie come altri. Nella stessa Tv dove lavoro io ci sono tantissimi bravi narratori e io non ho cambiato nulla, non ho aggiunto niente. Ho un modo di guardare alle storie che è vicino a chi sono e forse questo traspare.

Nelle ultime settimane si è tornato a parlare molto di Michael Jordan. Per molti appassionati quella finale Chicago-Utah del '98 è un evento inseparabile dalla cronaca tua e di Flavio Tranquillo, come se le vostre voci fossero inscindibili da quei momenti. Il narratore può diventare parte della storia?

Quando tu senti Nando Martellini che quasi piangendo dice "telespettatori italiani che magnifica partita!", sai che chi era vivo quella Italia-Germania la ricorda così. Stesso discorso per il mondiale del 2006, che ha il solo piccolo problema di essere stato raccontato da due telecronisti, Civoli per la Rai e Caressa per Sky. Indubbiamente l'emozione di quello che stai vedendo è molto connessa a chi te la dà. Riguardo alla nostra va detto che Flavio ha una capacità di racconto incredibile e non c'è una sola velocità della partita con la quale lui non riesca a stare al passo.

Domanda obbligata: hai visto The Last Dance, il documentario su Jordan?

Non mi attraeva moltissimo, sinceramente. Ho visto alcune puntate e mi sorprende il fatto che da questo documentario emerga l'idea inattesa di un Jordan quasi tossico per i suoi compagni, con una cattiveria, un portare allo spasimo tutti i rapporti per un desiderio insaziabile di vincere. Forse ha sorpreso perché per molti Jordan ha rappresentato una sorta di semidio e non ti aspetti che un semidio sia così aggressivo. Chi seguiva allora non aveva dubbi, ma chi lo ha conosciuto solo adesso sarà certamente rimasto spaventato dalla prepotenza umana di quest'uomo.

Sei tu a scegliere le storie da trattare?

Io non posso scegliere di chi parlare, ma posso dire di no. In questi anni ho sempre potuto raccontare storie che avrei voluto ascoltare. Questa è un'altra grande fortuna, tendo a innamorarmi dei personaggi di cui parlo.