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22 Giugno 2020
10:28

È poesia o solo televisione? Poco importa: Che Ci Faccio Qui è splendido

Il programma di Rai3 di Domenico Iannacone si conferma in stato di grazia e mette in crisi una storica discussione intellettuale sul ruolo della televisione. La legge non scritta di una Tv che vale la pena di essere guardata solo nel momento in cui smette di essere tale decade davanti a “Che ci faccio qui”.
A cura di Andrea Parrella
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Si parte da una constatazione: lo stato di grazia di Domenico Iannacone e della squadra di Che ci Faccio qui. Il programma di Rai3 è percepito in modo trasversale come uno dei migliori prodotti attualmente in onda in televisione. Riscontro confermato dagli ascolti e soprattutto dal seguito enorme del programma sui social.

C'è tuttavia qualcosa d'altro, oltre la piaggeria di cui certamente Iannacone non ha bisogno. Che ci faccio qui, non diversamente da come accadeva per il progetto precedente di Iannacone, I Dieci Comandamenti, è un programma televisivo che disorienta davanti alla necessità di essere incasellato in una definizione. È poesia? Oppure è "semplice" televisione? Una trasmissione di questo genere, che fa dei toni compassati e riflessivi e di quello sguardo insistentemente rivolto alle periferie dell'esistenza i suoi principi base, riporta al centro del dibattito culturale una discussione intellettuale storica sul ruolo della televisione come mezzo di comunicazione. Eternamente bistrattata, declassata ad alternativa di forme di espressione più alte come la letteratura e il cinema, la televisione ha sempre messo chi la fa nelle condizioni di doversi giustificare, secondo quella legge non scritta in base alla quale valga la pena guardare la Tv solo nel momento in cui smette di essere tale..

Davanti a un programma dalla vocazione espressamente letteraria come quello di Iannacone, questo principio decade. La puntata del 21 giugno di Che ci faccio qui, prima parte di un viaggio nei paesi dell'Irpinia stravolti dal terremoto del 1980 insieme al poeta Franco Arminio, ha dimostrato ancora una volta come l'urgenza di dire trovi sempre nella forma il suo compimento. Il modo di raccontare le cose non è un orpello, ma parte sostanziale del messaggio. Un equilibrio tra forma e contenuto che arriva a noi telespettatori come una rivelazione, a dirci che una Tv di questo tipo capace di generare discussione ma anche fierezza, di lasciare qualcosa in chi la guarda, è possibile. E quindi Che ci faccio qui è poesia o è televisione? Francamente poco importa: è bellissimo.

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