La notizia della conferma di Sanremo 2021, in scena dal 2 al 6 marzo, è stata una boccata d'aria. Lo è stata per gli addetti ai lavori, ma in generale per gli italiani tutti. L'evento nazional popolare per eccellenza è una parentesi annuale che scandisce la vita del Paese: c'è il Natale, ci sono le vacanze estive e in mezzo c'è il Festival. Ma in tempi di pandemia Sanremo 2021 assume un ruolo simbolico eccezionale, così come è valso per ogni evento o manifestazione che in questi mesi ci abbia ricordato come fossero le nostre vite prima del coronavirus. Però decuplicato.

Sanremo si farà e la preoccupazione principale, in questo momento, è capire come si potrà avere il pubblico in sala all'Ariston. Il nodo cruciale è tutto qui. Affinché Sanremo sia Sanremo c'è bisogno della platea in sala, che resti in piedi l'ipotesi nave da crociera oppure si trovino altre soluzioni. Lo sa il direttore artistico Amadeus, che dall'estate scorsa promuove il pubblico in sala come condizione senza la quale Sanremo è infattibile. Lo sappiamo noi tutti, perché il pubblico è parte essenziale di questa manifestazione, non un semplice orpello secondario.

Perché non può esistere un Sanremo senza pubblico

Il pubblico appartiene alla grammatica di Sanremo, è stato protagonista della storia del Festival quando qualcuno minacciava di gettarsi di sotto, lo è stato per i volti noti nelle prime file, lo è stato quando Bono degli U2 e Mario Merola si incrociarono in platea generando un buco spazio-culturale. Il pubblico completa Sanremo. Per dirla in un modo molto semplice, c'è una sola cosa che riuscirebbe a mortificare Fiorello su un palco: l'assenza di spettatori. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Molti show televisivi sono andati in onda senza pubblico in questi mesi, compreso il capodanno, è vero, ma il vuoto e il silenzio, in quanto fattori straordinari, possono avere effetto in Tv se applicati ad eventi ordinari, ai programmi quotidiani o a quelli in onda con cadenza settimanale. Sanremo è già straordinario, è l'evento per eccellenza, non ha bisogno di stravolgimenti per essere se stesso. Senza pubblico il Festival sarebbe semplicemente menomato.

Ma i teatri e i cinema sono chiusi

Come dimenticare, tuttavia, che il dramma dei lavoratori dello spettacolo è forse il capitolo cruciale di questa pandemia da Covid, che i teatri e i cinema sono chiusi da mesi nonostante i numeri abbiano raccontato si trattasse di uno dei settori che meglio era riuscito a difendersi dai contagi dopo la riapertura. Come dare torto a Vicky Gitto, presidente dell'Art Directors Club Italiano, che ha giustamente sottolineato come ipotizzare un Festival aperto al pubblico, mentre il mondo della cultura, spettacolo, eventi, intrattenimento è diligentemente fermo, "suoni, per utilizzare un garbato eufemismo, come una nota stonata". Praticamente una presa per il culo, se spogliamo il suddetto eufemismo del suo abito retorico.

Il pubblico a Sanremo è fondamentale, ma il pubblico a Sanremo sarebbe umiliante per chi da mesi non può lavorare, chi ha ripiegato su altro e chi ci è morto di altro, vista la vicenda tragicamente emblematica del pianista Adriano Urso, stroncato da un malore fatale mentre spingeva l'auto con cui da qualche tempo, viste le circostanze, si era adattato a fare il rider.

Una grande speranza collettiva

Lì dove concorrono questa serie di fattori ci sarebbe una sola conclusione da trarre: Sanremo 2021 andava annullato. Per coerenza, per responsabilità. Lo sostiene chi scrive, un addetto ai lavori ma soprattutto una persona perdutamente innamorata di questo evento, che è cresciuta con il Festival e che vive della convinzione secondo la quale non sarebbe chi è senza Sanremo.

Ma il Festival di Sanremo si farà e non solo perché la partita economica che l'anno scorso è valsa alla Rai quasi 40 milioni di euro è necessaria per le casse dell'azienda. La linea di racconto è stata da subito quella del Sanremo della rinascita e la kermesse andrà in scena proprio in nome di quella speranza (o illusione) collettiva oggi necessaria. Sanremo si farà anche per rafforzare la convinzione, di cui abbiamo incredibilmente bisogno in questo momento storico assurdo, che tutto possa tornare com'era prima. Lo chiamiamo Sanremo, ma in realtà è solo uno dei travestimenti di quella speranza alla quale in tanti si aggrappano per credere che questa esperienza della conta dei morti quotidiana non sia permanente ma passeggera, che le nostre esistenze siano solo temporaneamente sospese in uno stato di paura perenne e che torneremo ad essere sufficientemente sereni da preoccuparci per le sorti di Bugo e Morgan. Qualcuno si chiederà se non si stia ingigantendo un po' troppo la questione. La risposta è che no, quando si parla di Sanremo niente è esagerato, altrimenti non si starebbe discutendo di un evento che, pur di essere fatto, si appresta a trovare stratagemmi in grado di aggirare ogni tipo di impedimento. Per una settimana, in fondo che sarà mai…