Antonio Dikele Distefano debutta questa sera, lunedì 28 settembre, su LaF (Sky 135) con "Quello che è – Nuove Storie Italiane". Un viaggio tra i giovani italiani simbolo dell'Italia multiculturale di oggi. Scrittore, sceneggiatore, performer, Antonio Dikele Distefano è uno degli under 30 più seguiti e letti nel suo genere. A Fanpage.it ci ha raccontato il suo format: "Parliamo dell'Italia raccontando storie normalissime ma in qualche modo speciali". Tra i protagonisti del format c'è anche Elodie: "Abbiamo parlato del suo vissuto, del rapporto con la famiglia, da dove è partita e come si è costruita tutto quello che ha partendo dal niente". Sorride quando gli parliamo del caso Suarez: "È una roba che nel calcio in Italia esiste da sempre. Mi fa soltanto ridere".

Antonio, cos'è "Quello che è"?

È un racconto dell'Italia attraverso storie di persone normalissime, ma in qualche modo speciali. Ci raccontano il loro superpotere nella loro vita ordinaria e si alterna tra studio e strada. Ci abbiamo lavorato prendendo come esempio lo stile confidenziale del nuovo show di David Letterman su Netflix.

Tra i primi ospiti c'è subito Elodie. Di cosa avete parlato?  

L'intervista si è basata su una parola, "Sogni". E abbiamo parlato un po' di questo con Elodie. C'è il suo vissuto e del suo passato, del rapporto con la famiglia e da dove è partita e da come si è costruita tutto quello che ha partendo dal niente.

Un incontro particolare che hai fatto lavorando a questo programma? 

La più particolare è stata quella con Misha Sukyas. Lui è un bravissimo cuoco, fa cose speciali, ricette incredibili e non ordinarie. Fa un programma su Real Time che mi piace tanto. Abbiamo parlato della sua famiglia

Cosa pensi del caso Suarez?

È un paradosso. Viviamo in un paese dove chi nasce in Italia da genitori stranieri non ha cittadinanza italiana, ma nello stesso tempo ci sono persone che possono avere cittadinanza italiana perché hanno legame di sangue anche se sono nati e cresciuti in giro per il mondo. Mi fa ridere. Parliamo tanto di cosa vuol dire essere italiani, del 100% italiani, poi però quando girano i soldi questa storia non vale. Che poi succede sempre con il calcio.

Già, non è la prima volta che il calcio è al centro di cittadinanze e passaporti. 

Infatti, per me non c'è scandalo. Non è niente di nuovo. Chi conosce il calcio e lo ama si ricorda della questione Eriberto, della questione Recoba. Anche lo stesso Amauri per farlo giocare in Nazionale, accelerarono il processo per farlo diventare italiano. Oppure il Catania in Serie A, fatto da dieci undicesimi di argentini naturalizzati. È una roba vecchia che fa ridere. Fa soltanto ridere.

Parliamo di "Zero", la tua prima serie tv per Netflix. A che punto siete? 

Stiamo girando, mancano due settimane alla fine delle riprese. Sta piovendo tanto a Milano e siamo un po' in difficoltà in queste fasi finali. La serie uscirà in primavera del prossimo anno e non vedo l'ora. È fantastico lavorare con Netflix, c'è un livello altissimo e la storia penso sia assolutamente unica nel suo genere.

Il protagonista è Giuseppe Dave Seke, nato a Padova da una famiglia congolese. Racconterà la tua storia?

Non proprio. Mi somiglia poco. La capacità di chi scrive deve essere quella di mettersi da parte e aprirsi per raccontare il mondo degli altri. Non mi interessava molto raccontare di me, ma mi faceva piacere parlare di una storia diversa, molto leggera. Il mio obiettivo era fare qualcosa di pop che possa sdoganare determinati argomenti.

Sei uno dei romanzieri under 30 più letti in Italia. Il tuo ultimo romanzo è uscito nel 2018, c'è qualche manoscritto nel cassetto?

Per adesso, no. Sto scrivendo un film, da un'idea maturata durante la quarantena. Penso che dopo aver portato questo a termine, mi dedicherò a un nuovo romanzo.