Alberto Malanchino è Gabriel Kidane nella serie Doc – Nelle tue mani. Gli spettatori hanno imparato a conoscere e amare questo specializzando ambizioso, perfezionista e con una vita sentimentale già pianificata dalla sua famiglia, che ha previsto per lui un matrimonio combinato. Gabriel proviene da un villaggio etiope dove la sofferenza è all'ordine del giorno. È per questo che ha deciso di diventare medico. Alberto Malanchino si è raccontato su Fanpage.it.

Partiamo dalla polemica che si accende ogni giovedì sera. La Rai ha scelto di trasmettere una sola puntata di Doc a settimana. Gli spettatori non sono molto contenti. Tu cosa ne pensi?

Io sono dalla parte del pubblico. Capisco però che per motivi di palinsesto siano inevitabili degli stravolgimenti e dei cambi di programmazione. Se vogliamo dare una pennellata un po’ positiva alla cosa, possiamo dire che in questo modo Doc terrà compagnia agli italiani più a lungo. Però capisco l’attaccamento degli spettatori e mi fa molto piacere. Le lamentele partono da un principio positivo. Si sono affezionati alla serie.

Francesco Arlanch, che ha scritto la serie insieme a Viola Rispoli, ha annunciato che la seconda stagione è già in fase di scrittura. 

Ci sono aspettative alte un po’ per tutti. In fase di scrittura, non so ancora cosa siano riusciti a fare. L’idea è quella di iniziare le riprese a marzo, ma Covid permettendo. Dobbiamo avere tanta pazienza e aspettare di vedere cosa succede.

Veniamo al personaggio di Gabriel Kidane, è ispirato a una storia vera?

No, non credo sia un personaggio realmente esistente. In lui, però, confluiscono diverse anime che rispecchiano la realtà. È un ragazzo di origini etiopi, che si è lasciato una difficile situazione alle spalle. È venuto in Italia, sta studiando e si è perfettamente integrato. L’Italia, come l’Europa, è piena di ragazzi afrodiscendenti come Gabriel che vengono da un contesto difficile ma riescono a studiare e a costruire una carriera.

Cosa puoi anticiparci su quanto accadrà a Gabriel e al suo rapporto con Elisa?

Ci sarà un’evoluzione fino all’ultimo secondo. Posso garantire che il finale sarà esplosivo per tutti, con situazioni rocambolesche. Tra Elisa e Gabriel si instaurerà un rapporto sempre più forte. Nell'ultima puntata nessun personaggio potrà adagiarsi. Lasceremo gli spettatori con il fiato sospeso.

Che rapporto hai instaurato con Luca Argentero e Simona Tabasco?

È stato estremamente piacevole lavorare con Luca, è un grande professionista, ma non sono mai mancati i momenti di leggerezza. Con Simona Tabasco (che nella serie interpreta Elisa, ndr) la stessa cosa. Siamo diventati molto, molto amici. Ci sentiamo, commentiamo le puntate insieme anche se a distanza. Si è creato un bel rapporto.

Nel corso delle riprese, hai avuto modo di confrontarti con Pierdante Piccioni?

L’ho incontrato una sola volta ed è stato molto piacevole. Ha assistito a una delle scene più complicate. Dovevo eseguire una biopsia. È stato difficile rendere verosimili i dettagli tecnici. Sono uscito da lì che non sapevo come fosse andata. Ero preoccupato e Pierdante Piccioni mi ha detto: "Bravo, bravo, eri veramente credibile, sembravi un vero medico". Mi ha fatto molto piacere.

Ripensando al tempo trascorso sul set, qual è il primo ricordo che ti viene in mente?

Ci facevamo tantissimi scherzi. C'erano delle grandi foto nostre vestiti da medici, che erano state incorniciate. Giocavamo sempre a scambiarcele, a nasconderle, ad appenderle al contrario. Era diventato il nostro modo di iniziare la giornata. Una sorta di rito. Poi, c’era chi rubava il cibo a Pierpaolo Spollon. Ricordo che per due giorni andò avanti a dire: "Chi mi ha rubato la frutta secca?". Nessuno ha avuto il coraggio di confessare.

Parliamo della tua famiglia. Tu hai un papà italiano, mentre la mamma è originaria del Burkina Faso. Che rapporto hai con le tue radici?

Sono nato e cresciuto in Italia. Accostarmi alla cultura di mia madre, è stata una piacevole sorpresa, ma anche una presa di coscienza rispetto ai problemi che affliggono quella parte del mondo. Burkina Faso si può tradurre in italiano come la terra degli uomini integri. Un nome coniato dal presidente Thomas Sankara negli anni ’80. Penso che questo modo di vivere la vita in modo integro sia forse la cosa che mi porto di più nel cuore.

Il tuo nome è Alberto Boubakar: sono i nomi dei tuoi nonni. Raccontami di loro. 

Sono due persone molto diverse. Voglio molto bene a entrambi. Nonno Alberto vive in Italia, quindi sono cresciuto con la costante presenza della sua figura. Il nonno Boubakar l’ho vissuto di più attraverso i racconti di mia madre, anche se ho avuto il piacere di rincontrarlo due anni fa. Ha un’età indefinita tra i 105 e i 107 anni. Sulla carta è indicato qualche anno in meno perché era un'epoca in cui era difficile fare i documenti, ma non può avere meno di quell’età.

Da ragazzo nero cresciuto in Italia, a che punto credi che sia il nostro Paese nella lotta al razzismo e ai pregiudizi?

Ho notato un processo di sensibilizzazione soprattutto tra le nuove generazioni. Questo mi fa estremamente piacere. Vedo da parte dei giovani una minore paura, un minor pregiudizio nel relazionarsi con un italiano di origini straniere, mentre gli adulti mi pare abbiano più difficoltà a instaurare un dialogo. Sicuramente la strada da fare è tantissima, per non dire troppa. Ci sono ancora tante battaglie da combattere.

La tv spesso ha alimentato gli stereotipi sui neri, ingabbiando gli attori in ruoli che erano specchio dei pregiudizi.

In effetti non è scontato che un personaggio come Gabriel Kidane esista in Italia. Fino a qualche anno fa era impensabile perché spesso e volentieri si veniva relegati a ruoli secondari o a degli stereotipi, come quello del delinquente. Gabriel, invece, è un ragazzo che viene da un contesto difficile ma ha avuto una rivalsa in termini sociali e professionali. In Italia una cosa del genere non è scontata. Anche se questi personaggi si possono contare sulle dita di una mano. Il processo è ancora lungo.

A partire dal 2024, gli Oscar prevederanno delle regole per favorire l’inclusione di etnie minoritarie e gruppi sociali scarsamente rappresentati. 

Io penso che il mondo debba andare avanti a meritocrazia. Non dovrebbero valere altri parametri. Però bisogna fare anche un’altra riflessione. Se una società si trova a dover mettere dei paletti così estremi, alla base c’è qualcosa di malsano, che non funziona come dovrebbe. Perché si è arrivati a escludere delle persone? Bisogna combattere il problema alla radice, senza rischiare di influenzare il processo artistico di un lavoro. Io sono contento di poter lavorare perché mi vengono riconosciute delle qualità a prescindere dal colore della mia pelle.

Attualmente sei in Lombardia. Come stai vivendo la zona rossa?

Sì, sono a Milano. Sono a casa. C’è tanta voglia di ricominciare. Aspetteremo con pazienza questo mese sperando che ci porti delle cose più positive. Non è che ci sia molto da fare. Intanto si studia, si lavora da casa, si cucina. Spero che facendo tutto per bene e rispettando le regole, scendano i contagi anche nelle zone rosse.