Nel corso della terza puntata di “Adrian”, Adriano Celentano ha voluto accanto a sé sul palco Biagio Antonacci insieme al quale ha cantato la canzone “Mio fratello” che racconta il rapporto a tratti difficile tra fratelli, le incomprensioni che rischiano di minarne la serenità. L’occasione ha offerto a Celentano la possibilità di ragionare ad alta voce sulla rabbia, anni fa rivolta proprio contro il fratello. Quel momento Adriano non lo ha mai dimenticato, nemmeno oggi che ha 80 anni:

Una volta con mio fratello ho litigato e ho alzato la voce. Per me era come un padre, aveva 18 anni più di me. Mi arrabbiai smisuratamente e gli vidi fare un’espressione particolare, quella di chi non se lo aspettava. Non l’ho più dimenticata, quando ci penso ancora adesso mi scende una lacrima. Un’altra volta mi sono arrabbiato esageratamente con Claudia (Mori, ndr). Mentre gridavo sono passato davanti allo specchio e mi sono guardato. Ero orrendo. Mi ha preoccupato quell’immagine e da allora ho giurato di non arrabbiarmi più.

Le canzoni che Antonacci ha scritto per Celentano

Antonacci, salito sul palco dello show di Adriano, ha raccontato al pubblico di avere scritto più di una canzone per Celentano. “Rosita, che è tua amica, una volta mi ha detto che hai fatto un pezzo che si chiama ‘Mio fratello' che avresti scritto per me. Perché poi l’hai cantata tu?” ha chiesto Adriano al collega. “L’avevo scritta per te però non volevo disturbarti” ha risposto Antonacci, dando il là allo sketch: “Lui fa le canzoni per me poi non vuole disturbarmi e le canta lui. Fammi un favore: scrivi le canzoni per un altro e poi le canto io. È già la terza volta che fai questo scherzetto. L’hai fatto anche con ‘Mio padre è un re’. Anche in quel caso non hai voluto disturbarmi”.

Il monologo di Celentano sulla morte

Il monologo con cui Celentano ha aperto la serata si è invece concentrato sul tema della morte e sull’importanza che riveste ogni singolo minuto: “La morte ci accompagna fin dal primo ruggito. La vita è un morire ogni giorno. Se ci fate caso, oggi siamo più morti di ieri. Attraverso i nostri comportamenti scorrono momenti di grande gioia come il delicato periodo dell’adolescenza, la scuola, i primi innamoramenti, fino al racconto della nostra vita ai nipotini. Mentre tutto scorre c’è qualcosa di irrisolto, una domanda che per molti di noi rischia di morire senza risposta. Dovremmo chiederci chi dobbiamo ringraziare per questa meravigliosa autonomia che possiede soltanto l’uomo”. Dare importanza ai gesti, è questo l’invito di Adriano:

Questa domanda è valida solo finché si è vivi. E ci pone di fronte a una scelta: morire per sempre oppure morire solo per un minuto. Dovendo scegliere, mi domando chi è quell’idiota che sceglierebbe di morire per sempre. Anche voi che state guardando lo spettacolo scegliereste la seconda opzione. E io sono d’accordo con voi. Quel minuto è quello che stiamo vivendo adesso. Parlo a quelli che uccidono, che stuprano, che ammazzano a pugni un bambino di due anni, alla mafia, alla ‘ndrangheta, alla camorra. Anche loro stanno vivendo solo quel minuto e non si accorgono che, anche se durasse 100 anni, è breve. Se durante quel minuti ci comportiamo male e non facciamo in tempo a pentirci, sono guai. Moriremmo per sempre e in quel sempre potrebbe esserci la sofferenza. Il vangelo parla di fuoco inestinguibile, come un tormento dell’anima per il male che abbiamo fatto. La sofferenza è di tanti tipi. Ad esempio, potrebbe accadere che dopo averci permesso di fare qualche passo in paradiso e osservare cosa il padre ha creato per noi, arrivi qualcuno che ci dica “Non posso accogliervi perché il vostro vestito è macchiato”.