La notizia è recente, non più una novità. La Corte d'Appello di Milano, ribaltando quella che era stata la sentenza di primo grado, ha assolto con formula piena il fondatore di Osservatorio Antiplagio, prof. Giovanni Panunzio, dall'accusa di aver infangato la persona di Antonio Ricci, autore di Striscia la notizia. Il 16 febbraio 2006, dopo aver testimoniato al processo contro Wanna Marchi, Panunzio aveva contestato a Ricci, a proposito delle battaglie di Striscia contro i sedicenti maghi, di usare due pesi e due misure, ovvero di dimenticarsi di bacchettare i ciarlatani appartenenti alla sua "parrocchia", pubblicizzati in centinaia di pagine del teletext di Mediaset. Panunzio era stato condannato al pagamento di 500 euro di multa e ad un risarcimento di 5.000 euro alla parte civile. E Antonio Ricci ha detto che ricorrerà in Cassazione. Inoltre è ancora in corso il contenzioso relativo all'altra segnalazione, dello stesso Panunzio, relativa alla somiglianza più che evidente del Gabibbo al pupazzo americano Big Red. La Westwrn Kentucky University ha fatto causa a Mediaset RTI e Giochi Preziosi, rivendicandone la paternità. Il risarcimento richiesto ammonta a circa 250 milioni di dollari.

Sarebbe troppo facile, ora, credere sulla base di una sintesi scientifica dei fatti che Striscia la notizia sia, in fin dei conti, un altro motivo di delusione, l'ennesimo pilastro sul quale si appoggiavano certezze che crolla inesorabilmente sotto il peso di un'eclatante contraddizione. Si deve guardare sul fondo, sino al senso ultimo che possa avere il rapporto di convivenza apparentemente assurda di Mediaset (assolta di recente per il caso dei diritti) col prodotto che Striscia è, con i presupposti differenti di cui vivono le due parti. Lì dove la rete, di nota proprietà, ha tratto linfa vitale dall'alimentazione di un cattivo gusto imperante, capace di contaminare anche la concorrenza sino al midollo; che è stata la culla della cultura politica della sciagurata seconda repubblica, pullulante di scandali e misteri irrisolti. Lì dove, sul fronte opposto, Striscia gioca il ruolo di zona franca, rifugio, presidio di vigilanza della cittadinanza dal basso. Il programma di Antonio Ricci subentra, proverbialmente, quando le forze dell'ordine non hanno più modo di agire. Non sarà la prima volta che ci si pone il quesito di come sia possibile la convivenza.

A pensar male, la verità è che, guardando attentamente la storica e invariata impostazione del format di Canale5, si potrebbe intuire l'entità del trucco. Striscia il cattivo gusto lo ha sponsorizzato, perché è stata intimamente l'anima del primo berlusconismo, dove le tette e i culi era ancora scandaloso si vedessero, non il contrario. La potenza di chi giunge nella bufera come salvatore, concesse a Lui di sdoganare e bonificare tutto ciò che prima si condannava per pudore e che oggi si accusa per nausea. E allora, in questo senso, Striscia rimane una particella evoluta di quella pulizia che Berlusconi annunciò al suo arrivo, perché era la cosa più popolare si potesse fare. Striscia nasce per lo stesso motivo per cui Berlusconi chiese a Di Pietro di fare il ministro. Striscia nasce e permane perché sfruttata, furbescamente, come specchietto per le allodole. Invoca giustizia e legalità, pur mostrando tette e culi. Un oggetto imperscrutabile a due facce.

Il difetto di forma è rimasto, cioè l'intrattenimento di bassa lega da cui prende origine, oltre, ovviamente, alle tette e i culi. Però, a differenza di Berlusconi, Antonio Ricci la legalità ha continuato a perseguirla, senza mai cedere all'idea che un format invecchi perché passano gli anni. Striscia non invecchia perché la sua parte matura è più onesta di quella acerba. Resta che forse, oltre che giuridicamente, Panunzio possa avere ragione: cadute di questo tipo, per Gabibbo&co., rientrerebbero nell'espressione dei derivati di quel difetto di forma. Striscia la notizia deve esistere, ma non essere santificata.