È il 29 settembre 2013 quando il network americano AMC manda in onda l'ultima puntata di "Breaking Bad", e sembra ieri, certo, eppure tre anni, questi tre anni, hanno seriamente finito per rappresentare un'eternità per il linguaggio televisivo. Per gli addetti ai lavori tout court. Perché in tre anni lo scenario si è stravolto completamente, è cambiato tutto. In primo luogo, è aumentata la produzione, il numero di serie tv prodotte in un anno è cresciuto esponenzialmente. Circa 134 sono le serie prodotte dalle tv via cavo nel 2013, anno in cui "Breaking Bad" termina, 199 nel 2014 e più di 400 nel 2015, dati che hanno restituito diversi effetti: uno spettatore sempre più smaliziato, quindi la richiesta di standard più elevati che, per ragioni finemente statistiche, ha finito per tradursi in un livellamento verso il basso. Verrebbe da dire: uno su cinque ce la fa. Come le sorprese di un ovetto.

Aumenta l'offerta perché aumenta la domanda, legge di mercato elementare, e cambia la percezione che c'è nei confronti del prodotto, soprattutto in Italia. Nel 2013 non avevamo ancora Netflix e le Internet Tv erano ancora una sorta di miraggio ancorato alla caducità dei link di streaming pirata. Una fruizione del mezzo più consapevole ha portato le aspettative ad un livello ancora più alto e "Breaking Bad", in questo senso, rappresenta il metro di paragone. È sempre più raro ormai trovare una serie televisiva con una coerenza narrativa perfetta, ‘pura al 92%', come quella che abbiamo avuto la fortuna di vedere nelle cinque stagioni di BrBa. È raro trovare la stessa cura nella caratterizzazione dei personaggi, delle dinamiche e degli equilibri che li muovono, è raro trovare la stessa densità nelle ambientazioni scelte e negli oggetti di scena, simbolismo puro e semplice come l'orsetto rosa della seconda stagione.

Possiamo parlare di "anno zero" dopo Breaking Bad? Forse. È la serie tv migliore del decennio d'oro della serialità, che parte con "Lost" nel 2004, a mio avviso. È certo anche che – per quanto certa propaganda vestita da critica spari in aria ogni titolo come "la serie che non dovete assolutamente perdere per quello, per questo e per quest'altro motivo" – dopo il racconto di Albuquerque, nessuno è arrivato così vicino alla dannata perfezione tranne lo stesso Vince Gilligan con "Better call Saul", che non è assolutamente BrBa, ma riesce a restituire quella stessa incredibile varietà di caratteri credibili e aderenti alla storia. Il resto dello scenario presente è, in sintesi, un prodotto ben confezionato che restituisce un'emozione figlia di calcoli, studi, ricerche, algoritmi basati sui gusti degli spettatori.