Aspettavo "The Witcher" come si aspetta la cioccolata calda in un ricovero in montagna alle quattro del pomeriggio. E ha forse deluso le mie aspettative? No, perché mi ero guardato bene dal considerare la serie Netflix, tratta dai romanzi di Andrzej Sapkowski, come quella che avrebbe rimpiazzato "Game of Thrones" nei cuori di noi appassionati di fantasy. Moltissimi aspettavano Geralt di Rivia e l'interpretazione, tutto sommato degna, di Henry Cavill come quella che avrebbe sostituito le gesta di Jon Snow. Un errore fatale per la comprensione del progetto che, nonostante tutto, è riuscito a fare ciò che doveva. Tra le tante cose, ravvivare l'interesse per la saga e per il videogame del 2015, ritornato in cima alle classifiche dei più venduti.

Henry Cavill è il nuovo Kevin Sorbo

Però la serie va pesata per quello che è. Un normalissimo intrattenimento che ti arriva da un action-fantasy à la Hercules. Sostituisci Kevin Sorbo a Henry Cavill, sostituisci Joey Batei, l'attore che interpreta il bardo Ranuncolo, al caro vecchio Iolao nella serie dei '90 e il gioco è fatto. A questo va aggiunto il vero grande dramma: la CGI completamente da rivedere. Se solo non fosse chiaro che parliamo di un prodotto che ha un target che abbraccia almeno fino a 35-40 anni, gli effetti speciali ti lasciano pensare che sia pensato appositamente per i teenager. Al netto del sangue, ho visto animazioni migliori su Rai Yo-Yo.

Il problema dei salti temporali

Un altro elemento che gioca a sfavore soprattutto di quanti non hanno mai letto i libri, sono le trame verticali non sempre all'altezza. Ogni episodio porta con sé un mostro/una maledizione/una strega, insomma un fatto "x" che viene mostrato e risolto nell'arco dello stesso episodio. La logica ripetitiva tipica degli action anni '90, appunto, e non sempre l'episodio scivola in maniera scorrevole. La trama orizzontale su cui poggia la sceneggiatura è poi minata dai salti temporali che rischieranno di confondere lo spettatore meno scafato. Il quale però sarà comunque ricompensato alla fine di un viaggio che, al netto di tutte le problematiche, vale la pena percorrere. L'importante è riuscire a mantenere le distanze.