Non è mai andato via, ma ogni suo ritorno è un'epifania. Dopo aver celebrato Indietro Tutta e aver omaggiato la carriera di Gianni Boncompagni, Renzo Arbore lancia Striminzitic Show (Rai2, dall'8 giugno), riproposizione di chicche d'archivio rilette attraverso la cifra ironica inconfondibile del linguaggio arborigeno. Lui una precisazione la fa subito: "Non ho voluto fare un programma storico. Mi guardo bene dal fare cose celebrative per le quali il pubblico dica ‘chi se ne frega?' ".

E allora cosa sarà esattamente Striminzitic Show?

Nasce da una costola di un programma che faccio su Renzo Arbore Channel, si chiama "50 sorrisi di Napoli". Sorrisi di tanti amici napoletani, da Luciano De Crescenzo a Massimo Troisi, passando per Riccardo Pazzaglia e tanti altri. L'intenzione era strappare qualche sorriso al pubblico della quarantena che ha sofferto molto. Sono andato a sfruculiare nel mio archivio, trovando tante cose inedite e edite, cose prese dalla rete e naturalmente l'Orchestra italiana, che è la più longeva al mondo. 

In che modo la pandemia come ha condizionato i progetti dell'orchestra?

Avevamo 7 concerti già sold out, l'ultimo concerto lo abbiamo fatto ad Assisi quando avevano già chiuso la Lombardia. Ora, naturalmente, si sa ancora troppo poco per poter pianificare.

Con te in trasmissione ci sarà Gegè Telesforo, con cui condividi progetti da anni.

Con Gegè abbiamo fatto 400 puntate di D.O.C. (Musica e altro a denominazione d'origine controllata, in onda dal 1987 al 1988 su Rai2, ndr) che sono in sonno negli archivi Rai. Ospitammo i più grandi, da Miles Davis a James Brown, De Gregori, Pino Daniele, Antonello Venditti e gli allora nuovi, come i Litfiba. A Striminzitic Show cominceremo proprio con una cosa di Lucio Dalla.

Perché Striminzitic?

Perché è un programma fatto in versione homemade, per meglio dire casa e puteca, realizzato in casa mia in queste settimane, con un cameraman, un fonico e un regista. 

Partite in prima serata l'8 giugno e poi andrete ogni giorno in seconda serata, uno spazio televisivo che hai praticamente inventato e che nella Tv di oggi non esiste più.

In effetti sì, ormai la prima parte inizia formalmente quando un tempo iniziavamo ad andare in onda noi. Infatti ho chiesto appositamente che mi facessero fare la seconda serata.

Presenterai nuovi nomi della scena partenopea, ma guarderai anche al passato.

Abbiamo coinvolto molti napoletano della nuova scena, dai SOB a Ciccio Merolla, passando per Vittorio Marsiglia. Ma parleremo anche di grandi come Riccardo Pazzaglia, sottovalutato napoletano, intellettuale e finissimo paroliere di canzoni note. Quando siamo partiti io e Boncompagni andammo ad ascoltare Radio Ombra, una finta radio privata che lui faceva prima ancora di Alto Gradimento.

Pazzaglia è di quei personaggi la cui cifra è stata ridimensionata dall'essersi preso poco sul serio.

Come Luciano De Crescenzo, Pazzaglia era sottovalutato dall'intellighenzia perché umorista. Quando lo sei, anche quando vendi 24 milioni di libri sulla filosofia greca, non vieni preso in considerazione perché sei umorista. O perché vendi troppo. Stessa cosa vale per Carosone, grandissimo musicista che per molto tempo è stato sminuito proprio per quell'elemento umoristico, nonostante la sua canzone più bella, Maruzzella, umoristica non fosse. 

Sei reputato da tutti come l'innovatore per eccellenza della Tv. Mentre stravolgevi le convenzioni ti rendevi conto di fare la rivoluzione?

Devo dire di sì. Perché per sconquassare i linguaggi dovevo sconquassare anche le regole. Con Boncompagni avevamo deciso una cosa: quando ci dicevano non si può, per noi significava si può. Abbiamo parlato sui dischi e non si poteva, abbiamo improvvisato programmi senza consegnare i copioni e non si poteva, ci siamo dati la voce a vicenda in radio e non si poteva. Io questo ho fatto, in radio e in televisione, mi sono sempre incaponito.

L'avete sempre passata liscia?

Non è andata sempre bene, per la storia di Scarpantibus io e Boncompagni non abbiamo fatto televisione per cinque anni. 

Dal mio punto di vista sei sempre stato un personaggio totalmente immune e indifferente al fallimento. È così?

La maggior parte delle mie imprese sono state fortunate e hanno avuto risultati. L'unica cosa che ritenga fallimento è stata Rai International, cui mi ero dedicato con Roberto Morrione per far conoscere il nostro paese attraverso la televisione in tutto il mondo. Per ragioni politiche il programma fu bloccato, era il 1998. 

C'è un programma che avresti voluto fare e non sei riuscito a fare?

Direi di no, per la verità quando io mi sono inventato i programmi li ho fatti.

Trovo incomprensibile, ad esempio, che tu non abbia mai fatto un Sanremo. Non te l'hanno mai chiesto, o semplicemente non ti interessa?

Non l'ho voluto mai fare. Io faccio delle scelte musicali di un certo tipo.

Ritieni che non sia il luogo ideale dal quale lanciare nuova musica?

Sanremo deve comprendere tutti i tipi di canzoni e io mi sono sempre immaginato come l'altro, l'alternativa, nella musica come nel resto. L'altro Sanremo è una cosa che avrei fatto.

Poche settimane fa si è festeggiato i 35 anni di Quelli della notte, un programma impossibile oggi con una Tv che quasi si sfotte da sola.

Non sarebbe possibile perché lì c'è stata una combinazione di elementi irripetibile. Trovare 40 persone che non avessero mai fatto televisione, a parte me e Bracardi, è stata una anomalia. Quel programma è stato il trionfo del jazz applicato alla televisione, una jam session di parole mutuata dalle feste a casa mia, dove si sono trovati a passare personaggi di ogni genere, da Gassman a Berlusconi. Do la mia parola d'onore: il tema della serata lo davamo dieci minuti prima dell'inizio della trasmissione. 

Altra ricorrenza recente, quella della morte di Troisi. In Striminzitic lo ricorderai con gli sketch più celebri come quello di Rossano Brazzi?

Lo ricorderemo certamente e stiamo scegliendo il modo migliore per farlo, anche attraverso cose meno viste di questa. Ad esempio quando feci cantare a Massimo "Le porto un bacione a Firenze" che diventava "Lacrime napulitane". 

In televisione hai portato la tua vita, a Troisi ti legava un'amicizia che andava al di là della professione.

Con Massimo abbiamo diviso persino la governante, gli mandavo la frittata che era avanzata. Un'amicizia e un rimpianto terribile, mi sembra ieri che è scomparso. È un fenomeno strano, di recente sono morte molte persone cui ero profondamente legato, ma per me è come se ci fossero ancora. La mia impressione è che non li stia vedendo solo perché uno sta da una parte e uno dall'altra. Se non facessi così non riuscirei a lavorare.

Hai mai pensato a un ritiro dalle scene?

Assolutamente no, io lavoro per ragioni di salute. Dopo tutti gli acciacchi possibili e immaginabili, compresa una broncopolmonite a Natale, ritengo il lavoro e le passioni delle forme di salvezza, ti mantengono vispo e scetato. 

Cosa ti è mancato di più in questo tempo di pandemia e privazioni?

Mi manca Napoli, bella come lei non ce n'è.