Tra gli ospiti di Verissimo nella puntata del 12 ottobre c'era Simone Cristicchi, che ha incontrato la conduttrice Silvia Toffanin per una lunga chiacchierata nel corso della quale ha raccontato della sua vita, i momenti più rilevanti della carriera e le esperienze che hanno plasmato la sua personalità e il modo di essere. La sua disabitudine alla televisione è cosa che non nasconde sin dal principio dell'intervista, tratteggiando la sua come una personalità poco avvezza al contesto e incline a conservare una dose di approccio meravigliato, per certi versi infantile, alle cose:

il peggior peccato è non stupirsi più di niente, dobbiamo accarezzarlo anche quando siamo adulti. Sono sempre stato un bambino particolare vissuto in una famiglia normale, vissuto un quartiere di periferia a Roma. A 12 anni è venuto a mancare in età molto giovane mio padre, orfano a quell’età è stato un enorme problema, mi sono trovato ad essere diverso, mi sono emarginato. la solita favola del ‘è volato in cielo' non mi ha convinto sin da subito, sapevo benissimo che non c’era più e mai più l’avrei rivisto. A quel punto è iniziata una ribellione verso il mondo. Chiuso nella mia stanza, disegnavo ore, anni, un mondo in cui non poteva succedermi nulla, personaggi tutti da ridere creavo questi fumetti per evadere da quel dolore e l’ho capito solo ora, l’arte ti può salvare la vita come ha fatto con me

A inizio 2019 Simone Cristicchi ha preso parte al Festival di Sanremo, un lieto ritorno per un personaggio che ha segnato la storia di questa kermesse con una delle vittorie più belle degli ultimi anni, quella del 2008 con Ti regalerò una rosa. "Quando sono salito su quella sedia – racconta Cristicchi ricordando la teatralità della sua esibizione – era un volo metaforico era il simbolo di un volo verso la libertà verso la dignità, la libertà di spiccare il volo, il recupero di una identità di una vita, un posto nel mondo. è stato un pizzico di teatro in un festival di musica". Un risultato, quello della sua vittoria, che oltre a essere meritato era certamente inatteso:

nessuno si aspettava che io vincessi, c’è stato un buco di 40 secondi nella proclamazione perché sono cascato a terra, sono svenuto. Ho fatto mille lavori, io stesso mi sentivo un po’ matto, ai margini, ho sempre avuto il fascino per il diverso, nessuno stabilisce qual è il confine.

Il cantate racconta poi della sua famiglia, di sua madre che lo segue nonostante lo scetticismo iniziale verso le sue scelte professionali, e del figlio che ha disegnato la copertina di uno dei suoi album. Poi traccia un ritratto di se stesso:

mi reputo una persona in ricerca, in cammino, ho fatto diverse esperienze, sono stato in un monastero per 10 giorni, nel silenzio probabilmente riusciamo a percepire qualcosa di oltre rispetto alla radio h24 che abbiamo nel cervello, ed è il problema dell’essere umano, interrompere questo flusso di pensieri, tornare alle basi della vita. Oggi siamo tutti digifrenici, invasi da un oceano di parole ogni giorno, mezz’ora di silenzio sarebbe curativa.